Il debutto. L’Amministrazione Porro debutta stasera nella prima seduta del Consiglio Comunale di Saronno. Varata la Giunta, stasera verrà eletto il Presidente del Consiglio e quindi tutte le principali cariche istituzionali saranno assegnate.
Il Sindaco Porro illustrerà i tratti programmatici principali che orienteranno l’attività amministrativa.
Sono due i capitoli che suscitano molta attesa: quello riconducibile alla sviluppo industriale e quello che fa riferimento allo sviluppo sociale.
L’industria: “think small first”. “Pensare piccolo, anzitutto”. Il conio di questo slogan è autorevole: la Commissione Europea. Con l’approvazione dello Small Business Act la UE ha voluto statuire l’imprescindibilità di ogni politica economica da una concreta politica, a livello centrale quanto locale, a favore ed a sostegno della Piccola e Media Impresa. “… lo spirito imprenditoriale e la volontà di assumere rischi, ad esso associata, vanno applauditi dai responsabili politici e dai media e sostenuti nelle amministrazioni. Essere favorevole alle PMI deve divenire politicamente normale…”. E poi, ancora: “Lo Small Buisness Act mira perciò a migliorare l’approccio politico globale allo spirito imprenditoriale, ad ancorare irreversibilmente il principio del Pensare anzitutto in piccolo nei processi decisionali – dalla formulazione delle norme al pubblico servizio – e a promuovere la crescita delle PMI aiutandole ad affrontare i problemi che continuano a ostacolarne lo sviluppo”. (Paragr. 3 Comunicazione della Commissione al Consiglio, al Parlamento Europeo, al Comitato Economico e Sociale Europeo al Comitato delle Regioni del 30.9.2008; scaricabile da www.sviluppoeconomico.gov.it).
La prima attesa quindi sul programma Porro è di individuarvi concrete tracce dell’approccio “Pensare piccolo, anzitutto” elaborato dalla UE. Il Saronnese è un territorio di industria manifatturiera di piccole e medie dimensioni. Queste industrie necessitano di strutture urbane adeguate, non sempre di competenza provinciale e spesso di competenza locale, ancorchè sovra comunale. Accanto al problema urbano ed infrastrutturale ci sono poi due questioni, che qui possono essere solo citate: il rispetto della legalità sul territorio, il mercato del lavoro locale e le strategie di concertazione tra formazione ed educazione professionale e realtà industriale.
La società: “città solidale”. Fuori da ogni equivoco un Città Solidale è quella realtà che rende “contendibile”, cioè accessibile, il diritto di cittadinanza, da intendersi non come un l’apposizione di un timbro su un documento anagrafico ma come l’inclusione spontanea e armoniosa in - e quindi il riconoscersi parte di - una comunità di persone. L’inclusione può avvenire se sono rispettate due condizioni: da un lato se si verifica la presenza della volontà di armonizzare il proprio vissuto con la mentalità e le abitudini sociali del luogo; dall’altro lato se si manifesta disponibilità ed accoglienza. L’inclusione sociale trova due potenti vettori nell’occupazione lavorativa e nella legalità percepita. L’occupazione lavorativa è frutto della capacità delle industrie presenti nel territorio di assorbire manodopera, motivo ulteriore perché l’amministrazione metta in cima alle proprie priorità le esigenze delle PMI. La legalità percepita è frutto dei comportamenti sociali. Una comunità non si riconosce soltanto nei principi fondanti espressi nei testi che normano le regole della convivenza (Costituzione, Statuto Comunale, …), ma soprattutto nella “costituzione di fatto o materiale”, risultante dei comportamenti sociali agiti dai residenti in un determinato luogo e dalla sua classe dirigente. Detto in altri termini può non essere sufficiente “rispettare le leggi” per essere “cittadino”, ancorchè il rispetto della legalità formale è da intendersi imprescindibile, posto che l’illegalità (senza distinzione di razza, di luogo di provenienza, di sesso, di etnia) è automaticamente un motivo di esclusione da ogni forma di civile convivenza. Esistono codici di comportamento non scritti, ma ugualmente e forse più noti, che hanno ugual valore di quelli scritti. Il successo delle politiche di inclusione e coesione sociale dell’Amministrazione Porro sarà frutto della sua capacità di dare un’interpretazione autentica ed una strategia politica a questi codici sociali, oggi forse più incisivi nel determinare i rapporti di convivenza tra individui delle norme scritte e formalizzate.
Pietro Insinnamo
lunedì 3 maggio 2010
giovedì 29 aprile 2010
Il dialogo sociale è un metodo da tutelare e promuovere. Ma Telos è un'altra questione.
Il “25 Aprile degli imbecilli” (come lo ha appellato Augusto Airoldi nel suo blog personale), ovvero la “sovversiva, fumogena e protestataria” (come l’ha definita il sottoscritto su Zone di Confine) azione di Telos alla celebrazione della Liberazione ha riportato alla cronaca vari temi e fatto riemergere diverse pulsioni, tra loro anche molto contrastanti, rispetto all’approccio che la politica dovrebbe seguire nell’affrontare la questione “centri sociali”.
Sempre da questo blog ho lanciato il mio personale pensiero riguardo l’opportunità, per l’Amministrazione Comunale, di non ricorrere al dialogo sociale per gestire il problema Telos e più in generale la problematica legata ai “centri sociali”, assunta nella sua accezione negativa.
Successivamente il Sindaco Luciano Porro ha annunciato l’intenzione di incontrare i ragazzi di Telos per “capire cosa vogliono fare anche nel rispetto delle regole”. Per altro questa volontà di Porro ben rappresenta il suo usuale approccio ad ogni questione, sempre basato sulla conoscenza diretta delle questioni e delle persone cui queste fanno riferimento.
Ritengo tuttavia che il ricorso al dialogo sociale vada circostanziato e contestualizzato, al fine di non fuorviarne il significato, non depotenziarne la capacità di produrre effetti positivi e non derubricarlo a sterile pratica democratica priva di efficacia. Una riflessione pacata sulle dinamiche sottostanti le pulsioni sociali di Telos potrebbe aiutare a discernere le situazioni e le circostanze nelle quali il dialogo sociale, se correttamente attivato, può costituire la strada maestra per la soluzione delle questioni e la ricomposizione delle posizioni, dalle situazioni in cui venendo meno i presupposti di dialogo il ricorso allo stesso produrrebbe una cronicizzazione delle questioni.
È comprensibile che l’Amministrazione di centrosinistra adotti il metodo del dialogo nella gestione della “questione giovanile”, lanciando ad esempio tavoli di concertazione delle politiche giovanili, organizzando momenti di consultazione e di ascolto, promuovendo iniziative e collaborazioni partecipate, o quant’altro sia ascrivibile al capitolo partecipazione e coinvolgimento. Può non essere condivisibile come scelta politica, ma certamente ha un suo valore intrinseco.
La specifica questione di Telos però sfugge a queste circostanze. Telos non è un paragrafo del capitolo “questione giovanile”. Dissento da chi sostiene, pur condannando le azioni illegali, che dietro Telos si annida un disagio che va capito e intercettato. Ritengo Telos un paragrafo del capitolo “sovversione”. Per altro l’opposizione al dialogo è venuta, almeno fino ad oggi, proprio da Telos. L’uso del dialogo in questa specifica circostanza produrrebbe l’effetto di rendere isteriche le parti, a meno che una delle due ceda. Ma è accettabile che a Telos venga assegnata la dignità di “parte” dialogante con l’Amministrazione Comunale? Telos rappresenta un interesse collettivo, generale, diffuso oppure solo se stesso? Telos è espressione del disagio giovanile? Io credo di no. Credo che manchino i presupposti per ricorre ad un dialogo costruttivo.
Il dialogo sociale è la risultante di un continuo processo di maturazione delle parti coinvolte, che si alimenta di reciproca legittimazione e di convergenza di interessi, nel rispetto delle divergenze di opinione e di ruolo. L’apertura di un tavolo di dialogo comporta la condivisione non solo del metodo, ma la disponibilità a concorrere ad una discussione che assuma come legittime e lecite le motivazioni dell’altra parte. Il mancato riconoscimento della legittimità delle ragioni dell’altra parte non porta al dialogo, ma a qualcosa di diverso che, tanto per dare un’immagine, il linguaggio giuridico chiama “dibattimento”. La legittimità delle motivazioni e delle questioni non è pertanto un fattore imprescindibile nella valutazione dell’opportunità ad attivare un canale di dialogo, bensì costituisce uno degli elementi fondanti del dialogo sociale. Diversamente chiunque, in modo scriteriato ed arbitrario, avrebbe la possibilità di accedere impunemente al tavolo di dialogo. Ma questo comporterebbe uno svilimento del dialogo stesso, che verrebbe percepito non più come la modalità assunta dalle parti sociali per regolare e alimentare i loro rapporti in regime di reciprocità, ma come uno sfogatoio nel quale affogare e far convergere tutte e qualsiasi questioni di dissenso, di rifiuto, di avversione, di sovversione.
Pietro Insinnamo
Sempre da questo blog ho lanciato il mio personale pensiero riguardo l’opportunità, per l’Amministrazione Comunale, di non ricorrere al dialogo sociale per gestire il problema Telos e più in generale la problematica legata ai “centri sociali”, assunta nella sua accezione negativa.
Successivamente il Sindaco Luciano Porro ha annunciato l’intenzione di incontrare i ragazzi di Telos per “capire cosa vogliono fare anche nel rispetto delle regole”. Per altro questa volontà di Porro ben rappresenta il suo usuale approccio ad ogni questione, sempre basato sulla conoscenza diretta delle questioni e delle persone cui queste fanno riferimento.
Ritengo tuttavia che il ricorso al dialogo sociale vada circostanziato e contestualizzato, al fine di non fuorviarne il significato, non depotenziarne la capacità di produrre effetti positivi e non derubricarlo a sterile pratica democratica priva di efficacia. Una riflessione pacata sulle dinamiche sottostanti le pulsioni sociali di Telos potrebbe aiutare a discernere le situazioni e le circostanze nelle quali il dialogo sociale, se correttamente attivato, può costituire la strada maestra per la soluzione delle questioni e la ricomposizione delle posizioni, dalle situazioni in cui venendo meno i presupposti di dialogo il ricorso allo stesso produrrebbe una cronicizzazione delle questioni.
È comprensibile che l’Amministrazione di centrosinistra adotti il metodo del dialogo nella gestione della “questione giovanile”, lanciando ad esempio tavoli di concertazione delle politiche giovanili, organizzando momenti di consultazione e di ascolto, promuovendo iniziative e collaborazioni partecipate, o quant’altro sia ascrivibile al capitolo partecipazione e coinvolgimento. Può non essere condivisibile come scelta politica, ma certamente ha un suo valore intrinseco.
La specifica questione di Telos però sfugge a queste circostanze. Telos non è un paragrafo del capitolo “questione giovanile”. Dissento da chi sostiene, pur condannando le azioni illegali, che dietro Telos si annida un disagio che va capito e intercettato. Ritengo Telos un paragrafo del capitolo “sovversione”. Per altro l’opposizione al dialogo è venuta, almeno fino ad oggi, proprio da Telos. L’uso del dialogo in questa specifica circostanza produrrebbe l’effetto di rendere isteriche le parti, a meno che una delle due ceda. Ma è accettabile che a Telos venga assegnata la dignità di “parte” dialogante con l’Amministrazione Comunale? Telos rappresenta un interesse collettivo, generale, diffuso oppure solo se stesso? Telos è espressione del disagio giovanile? Io credo di no. Credo che manchino i presupposti per ricorre ad un dialogo costruttivo.
Il dialogo sociale è la risultante di un continuo processo di maturazione delle parti coinvolte, che si alimenta di reciproca legittimazione e di convergenza di interessi, nel rispetto delle divergenze di opinione e di ruolo. L’apertura di un tavolo di dialogo comporta la condivisione non solo del metodo, ma la disponibilità a concorrere ad una discussione che assuma come legittime e lecite le motivazioni dell’altra parte. Il mancato riconoscimento della legittimità delle ragioni dell’altra parte non porta al dialogo, ma a qualcosa di diverso che, tanto per dare un’immagine, il linguaggio giuridico chiama “dibattimento”. La legittimità delle motivazioni e delle questioni non è pertanto un fattore imprescindibile nella valutazione dell’opportunità ad attivare un canale di dialogo, bensì costituisce uno degli elementi fondanti del dialogo sociale. Diversamente chiunque, in modo scriteriato ed arbitrario, avrebbe la possibilità di accedere impunemente al tavolo di dialogo. Ma questo comporterebbe uno svilimento del dialogo stesso, che verrebbe percepito non più come la modalità assunta dalle parti sociali per regolare e alimentare i loro rapporti in regime di reciprocità, ma come uno sfogatoio nel quale affogare e far convergere tutte e qualsiasi questioni di dissenso, di rifiuto, di avversione, di sovversione.
Pietro Insinnamo
"OBBEDIENTI IN PIEDI"
"Obbedienti in piedi": questa citazione di Vittorio Bachelet ci indica il giusto modo in cui il credente deve porsi nei confronti della Chiesa, soprattutto se impegnato in politica.
In questi ultimi anni, si direbbe quasi che nella politica è di moda essere cattolici: è di moda sbandierare i valori del cristianesimo; è di moda rincorrere la posizioni dei vescovi o addirittura del Papa, facendole proprie; è di moda corteggiare la Chiesa mettendola dalla propria parte.
E' un'obbedienza strisciante, quella di molti politici cattolici, un'obbedienza che non parte da una convinzione ma da un interesse.
E spesso alla Chiesa fa comodo: purtroppo anche lei molte volte ha rinunciato ad alzare la sua voce per quel piatto di lenticchie rappresentato da quattro soldi per le scuole private.
Ma la vera obbedienza che dovrebbe pretendere la Chiesa e che i credenti dovrebbero assicurare è quell' obbedienza in piedi di cui parlava Bachelet. Che significa, in pratica, vivere gli insegnamenti della Chiesa ma ragionando su di essi, declinandoli nella realtà in cui si vive in modo da garantire in ogni situazione il bene migliore, anzi il bene comune.
Ma oggi i cattolici sono in grado di vivere questa obbedienza in piedi?
Io come credente, non mi sento certo rappresentata da partiti come l'UDC, che vivono la politica in modo confessionale, nè tanto meno dalla Lega, così attenta a proporre e difendere le tradizioni del Cristianesimo, nè da Berlusconi, che non perde occasioni per mostrare la sua "cattolicità".
E i cattolici del PD dove sono finiti? Sono stati divorati dai comunisti che hanno preso il sopravvento? In verità, non c'è stata nessuna invasione....semplicemente tanti di noi si sono ritirati, stanchi di una politica che partorisce solo conflitti, povera di idee e di progetti sigificativi. Qui, lasciando da parte la parola obbediente, bisognerebbe dire: "Cattolici del PD, in piedi!". Ma non per rivendicare, come spesso si fa, vecchie appartenenze, ma per dare un coraggioso contributo a questo PD, che di coraggio non ne ha.
"Obbedienti in piedi": questa citazione di Vittorio Bachelet ci indica il giusto modo in cui il credente deve porsi nei confronti della Chiesa, soprattutto se impegnato in politica.
In questi ultimi anni, si direbbe quasi che nella politica è di moda essere cattolici: è di moda sbandierare i valori del cristianesimo; è di moda rincorrere la posizioni dei vescovi o addirittura del Papa, facendole proprie; è di moda corteggiare la Chiesa mettendola dalla propria parte.
E' un'obbedienza strisciante, quella di molti politici cattolici, un'obbedienza che non parte da una convinzione ma da un interesse.
E spesso alla Chiesa fa comodo: purtroppo anche lei molte volte ha rinunciato ad alzare la sua voce per quel piatto di lenticchie rappresentato da quattro soldi per le scuole private.
Ma la vera obbedienza che dovrebbe pretendere la Chiesa e che i credenti dovrebbero assicurare è quell' obbedienza in piedi di cui parlava Bachelet. Che significa, in pratica, vivere gli insegnamenti della Chiesa ma ragionando su di essi, declinandoli nella realtà in cui si vive in modo da garantire in ogni situazione il bene migliore, anzi il bene comune.
Ma oggi i cattolici sono in grado di vivere questa obbedienza in piedi?
Io come credente, non mi sento certo rappresentata da partiti come l'UDC, che vivono la politica in modo confessionale, nè tanto meno dalla Lega, così attenta a proporre e difendere le tradizioni del Cristianesimo, nè da Berlusconi, che non perde occasioni per mostrare la sua "cattolicità".
E i cattolici del PD dove sono finiti? Sono stati divorati dai comunisti che hanno preso il sopravvento? In verità, non c'è stata nessuna invasione....semplicemente tanti di noi si sono ritirati, stanchi di una politica che partorisce solo conflitti, povera di idee e di progetti sigificativi. Qui, lasciando da parte la parola obbediente, bisognerebbe dire: "Cattolici del PD, in piedi!". Ma non per rivendicare, come spesso si fa, vecchie appartenenze, ma per dare un coraggioso contributo a questo PD, che di coraggio non ne ha.
lunedì 26 aprile 2010
C'è un integralismo laico?
Caro Airoldi, sul blog “zone di confine” lei si definisce “un cattolico che crede nella distinzione dei piani tra fede e politica”. Se capisco bene, crede nella laicità della politica, non è un integralista clericale. Mi permetta allora una domanda: siete solo voi cattolici ad essere sotto “esame di laicità” o lo sono anche i politici non credenti? Intendo: se un politico non credente che riveste un ruolo istituzionale rifiutasse di presenziare alla parte religiosa di una manifestazione pubblica che lo vede invitato, lei come lo definirebbe: laico o laico-integralista?.
Un cordiale saluto.
Ettore Frangipane
(via e_mail)
Egregio Frangipane, innanzitutto grazie per l’attenzione che riserva a questo blog che, come avrà visto, è gestito comunitariamente. Intendo quindi la sua domanda rivolta non personalmente a me, ma a tutti gli autori. Tra l’altro, non tutti credenti.
Provo, per quanto mi riguarda e nel poco spazio concesso ad un post, a rispondere ai molti, interessanti temi sottesi alla sua domanda.
Si, come Lazzati ha insegnato e il magistero della Chiesa ha acquisito, credo che fede e politica siano su piani distinti. Ancorché non disgiunti. Da qui deriva la libertà per un credente di scegliere l’opzione politica che più ritiene capace di operare per il bene comune nella situazione data. La politica non è il luogo del bene assoluto, ma del miglior bene possibile in un contesto dato. Vorrei quindi tranquillizzarla: non mi sento affatto sotto esame.
Intendo l’integralismo una forma mentis. A mio avviso, deteriore. Che sia praticato da politici di destra o di sinistra, da cristiani, non credenti o diversamente credenti, poco cambia. E’ sempre fautore di probabili disastri.
E vengo al cuore della sua domanda. Chi ricopre un qualsiasi ruolo istituzionale, accetta di rappresentare i cittadini, tutti i cittadini che quel ruolo comporta, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (Costituzione della Repubblica - art 3). Qualsiasi politico informi un proprio comportamento a principi diversi da questi, tradisce la lettera e lo spirito della Costituzione.
Diversamente detto. Ce lo vede lei un Sindaco che partecipa ad un appuntamento pubblico solo se non comprende momenti religiosi cristiano-cattolici? Un altro che non vi partecipa se vi sono momenti della religione ebraica? Un altro ancora che non partecipa a momenti di culto islamico? Un altro ancora che nega la sua presenza a qualsiasi culto religioso che fosse parte di un momento pubblico? E magari, nella sua città, ci sono cristiani, ebrei, musulmani e non credenti. Sarebbe una babele.
Come vede, egregio Frangipane, a mio avviso l’integralismo non ha colore politico. E neppure fede religiosa. Ma, soprattutto, sconfessa il principio di laicità.
Grazie e continui a seguire il nostro blog.
Un cordiale saluto.
Ettore Frangipane
(via e_mail)
Egregio Frangipane, innanzitutto grazie per l’attenzione che riserva a questo blog che, come avrà visto, è gestito comunitariamente. Intendo quindi la sua domanda rivolta non personalmente a me, ma a tutti gli autori. Tra l’altro, non tutti credenti.
Provo, per quanto mi riguarda e nel poco spazio concesso ad un post, a rispondere ai molti, interessanti temi sottesi alla sua domanda.
Si, come Lazzati ha insegnato e il magistero della Chiesa ha acquisito, credo che fede e politica siano su piani distinti. Ancorché non disgiunti. Da qui deriva la libertà per un credente di scegliere l’opzione politica che più ritiene capace di operare per il bene comune nella situazione data. La politica non è il luogo del bene assoluto, ma del miglior bene possibile in un contesto dato. Vorrei quindi tranquillizzarla: non mi sento affatto sotto esame.
Intendo l’integralismo una forma mentis. A mio avviso, deteriore. Che sia praticato da politici di destra o di sinistra, da cristiani, non credenti o diversamente credenti, poco cambia. E’ sempre fautore di probabili disastri.
E vengo al cuore della sua domanda. Chi ricopre un qualsiasi ruolo istituzionale, accetta di rappresentare i cittadini, tutti i cittadini che quel ruolo comporta, “senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali” (Costituzione della Repubblica - art 3). Qualsiasi politico informi un proprio comportamento a principi diversi da questi, tradisce la lettera e lo spirito della Costituzione.
Diversamente detto. Ce lo vede lei un Sindaco che partecipa ad un appuntamento pubblico solo se non comprende momenti religiosi cristiano-cattolici? Un altro che non vi partecipa se vi sono momenti della religione ebraica? Un altro ancora che non partecipa a momenti di culto islamico? Un altro ancora che nega la sua presenza a qualsiasi culto religioso che fosse parte di un momento pubblico? E magari, nella sua città, ci sono cristiani, ebrei, musulmani e non credenti. Sarebbe una babele.
Come vede, egregio Frangipane, a mio avviso l’integralismo non ha colore politico. E neppure fede religiosa. Ma, soprattutto, sconfessa il principio di laicità.
Grazie e continui a seguire il nostro blog.
TELOSconsiglio. il Centrosinistra molli i centri sociali al loro destino, l’emarginazione.
Si sono fatti riconoscere. Ancora una volta quelli di Telos (i ragazzotti saronnesi protagonisti di varie e sgangherate occupazioni abusive di capannoni privati), come anime in pena che non trovano pace, in completa balia delle proprie ansie di sovversione, alieni da ogni senso di responsabilità e da ogni auspicabile ambizione ad integrarsi nei meccanismi della civile convivenza, hanno mostrato il peggio di sé, messo in vetrina la loro “alternatività”, il loro “essere diversi”, il loro “rifiuto del sistema”, la loro fumogena e protestataria presenza. Sessantottini del terzo millennio, figli putativi dei sessantottini del secondo millennio.
Ho apprezzato la scelta di non accodare bandiere di partito al corteo per la celebrazione della Festa della Liberazione. Festa di tutti, non di una parte politica più della altre.
Mi permetto di dare uno “sconsiglio” alla nascente Amministrazione saronnese di centrosinistra: non sia indulgente con i Telos e loro simili. Prenda posizione, anticipi gli eventi, non aspetti che la questione dei centri sociali diventi tale esplodendo con il suo carico di contrasti e dissidi che sempre porta con sé. Non usi lo strumento del dialogo sociale in questa circostanza, con gli “alternativi al sistema” non serve. Faccia anzi capire che il loro modo di essere, di pensare, di proporsi non trova diritto di cittadinanza e di tolleranza né a destra (scontato), né al centro (ovvio), né a sinistra (per niente scontato né ovvio). Se vuoi che una fiamma si spenga togliele ossigeno… perché se non lo fai allora passi dalla parte degli incendiari.
Pietro Insinnamo
Ho apprezzato la scelta di non accodare bandiere di partito al corteo per la celebrazione della Festa della Liberazione. Festa di tutti, non di una parte politica più della altre.
Mi permetto di dare uno “sconsiglio” alla nascente Amministrazione saronnese di centrosinistra: non sia indulgente con i Telos e loro simili. Prenda posizione, anticipi gli eventi, non aspetti che la questione dei centri sociali diventi tale esplodendo con il suo carico di contrasti e dissidi che sempre porta con sé. Non usi lo strumento del dialogo sociale in questa circostanza, con gli “alternativi al sistema” non serve. Faccia anzi capire che il loro modo di essere, di pensare, di proporsi non trova diritto di cittadinanza e di tolleranza né a destra (scontato), né al centro (ovvio), né a sinistra (per niente scontato né ovvio). Se vuoi che una fiamma si spenga togliele ossigeno… perché se non lo fai allora passi dalla parte degli incendiari.
Pietro Insinnamo
venerdì 23 aprile 2010
Il boss è solo
"Altrimenti che fai, mi cacci?!". E' la frase con cui Fini si è rivolto in modo plateale a Berlusconi. Non è solo una frase, è una sfida. La sfida di un uomo fermo, convinto, determinato a non cedere, a non farsi intimorire, a non provare soggezione di Berlusconi. Questà è la vera novità politica di quanto sta accadendo nel PdL: la rottura dei due leader certifica che è possibile non provare alcuna soggezione di Berlusconi, non subire la sua tracotanza, il suo ascendente, la sua protervia, anche senza militare nel centrosinistra. Anzi, dal centrosinsitra mai nessuno ha avuto la forza, la credibilità a l'autenticità di affondare su Berlusconi così come ha fatto Fini.
"La musica è finita, gli amici se ne vanno". La frase non appartiene a Fini, ma è ugualmente celebre. Il nucleo titanico del Polo delle Libertà del 1994 si è dissolto, disgregato, diviso. Casini ha mollato Berlusconi già da due anni. Fini gli sta facendo masticare amaro, quasi avesse colmato una misura di attesa e pazienza che sembrava inesauribile. Bossi? Bossi ha già tradito. Proprio nel 1994. E' pacifico che il rapporto che lega Bossi e Berlusconi non ha solo contnuto e ragioni politiche. Ci sono interessi economici, assetti di potere, equilibri sociali, posti e poltrone che rendono recirpocamente interessante il rapporto tra i due. Ma Bossi non è disposto a morire per - e con - Berlusconi. L'ha già tradito una volta. Lo farà di nuovo se il vantaggio del tradimento sarà maggiore del profitto ad essergli fedele. Via Casini, Fini contro, Bossi cane sciolto... per Berlusconi la musica sta finendo.
Consenso e ragione. Voglio chidure lanciando e condividendo una riflessione. Credo che vada distinto il consenso politico dalla ragione delle idee. Riscuotere consenso non equivale ad avere ragione delle idee. La non equivalenza tra consenso e ragione è stata magnificata dalla Direzione Nazionale del PdL di giovedì. Fini, un leader solo con le proprie idee, non ha consenso all'interno del PdL, conta meno del 10%. Ma la forza del suo 7% sta nelle idee che ha, molto più forti del consenso numerico che esse potrebbero avere e soprattutto capaci di mettere in difficoltà Berlusconi e il suo consenso del 93%. Idee che personalmente apprezzo per la coerenza ma non sempre condivido, soprattutto sui temi etici. Comunque sia, anche in questo passaggio, cioè nella certificazione che la ragione delle idee può competere con la forza del consenso (che in una democrazia mediatica spesso degrada nel populilsmo sia a destra che a sinistra), sta una novità positiva di quanto sta accadendo nel PdL e sopratutto sta un chiaro segnale della nascente solitudine del boss.
"La musica è finita, gli amici se ne vanno". La frase non appartiene a Fini, ma è ugualmente celebre. Il nucleo titanico del Polo delle Libertà del 1994 si è dissolto, disgregato, diviso. Casini ha mollato Berlusconi già da due anni. Fini gli sta facendo masticare amaro, quasi avesse colmato una misura di attesa e pazienza che sembrava inesauribile. Bossi? Bossi ha già tradito. Proprio nel 1994. E' pacifico che il rapporto che lega Bossi e Berlusconi non ha solo contnuto e ragioni politiche. Ci sono interessi economici, assetti di potere, equilibri sociali, posti e poltrone che rendono recirpocamente interessante il rapporto tra i due. Ma Bossi non è disposto a morire per - e con - Berlusconi. L'ha già tradito una volta. Lo farà di nuovo se il vantaggio del tradimento sarà maggiore del profitto ad essergli fedele. Via Casini, Fini contro, Bossi cane sciolto... per Berlusconi la musica sta finendo.
Consenso e ragione. Voglio chidure lanciando e condividendo una riflessione. Credo che vada distinto il consenso politico dalla ragione delle idee. Riscuotere consenso non equivale ad avere ragione delle idee. La non equivalenza tra consenso e ragione è stata magnificata dalla Direzione Nazionale del PdL di giovedì. Fini, un leader solo con le proprie idee, non ha consenso all'interno del PdL, conta meno del 10%. Ma la forza del suo 7% sta nelle idee che ha, molto più forti del consenso numerico che esse potrebbero avere e soprattutto capaci di mettere in difficoltà Berlusconi e il suo consenso del 93%. Idee che personalmente apprezzo per la coerenza ma non sempre condivido, soprattutto sui temi etici. Comunque sia, anche in questo passaggio, cioè nella certificazione che la ragione delle idee può competere con la forza del consenso (che in una democrazia mediatica spesso degrada nel populilsmo sia a destra che a sinistra), sta una novità positiva di quanto sta accadendo nel PdL e sopratutto sta un chiaro segnale della nascente solitudine del boss.
Ricerca della verità e libertà (anche nella Chiesa)
Ricerca della verità e libertà hanno molto a che fare l’una con l’altra, in ogni campo della convivenza umana.
È vero per l’arte, la cultura e la scienza: non si raggiungono alte vette espressive, non si esplorano a fondo i meandri dell’animo, non si sondano le leggi costitutive dell’universo se non si è liberi di sperimentare e cercare.
È vero nel campo dei rapporti sociali. Senza libertà, giocata nell’eguaglianza e nel rispetto dei diritti di ognuno, nessun uomo può mostrare agli altri il suo reale volto. E probabilmente vivremmo ancora in un mondo di appartenenze e ceti prescritti alla nascita: un mondo di maschere, dove non ci sarebbe nemmeno concesso decidere quale maschera indossare.
Ambiente di lavoro, famiglia, scuola: oggi possiamo scegliere cosa vogliamo essere e lottare per diventarlo. A guidarci è la ricerca di un’espressione personale più vera e completa. Ricerca che nemmeno inizierebbe se non avessimo ormai radicato dentro il sentimento della nostra libertà. Una libertà costitutiva, definitiva e incoercibile. Una libertà da uomini.
Di tante osservazioni connesse alla tempesta che in queste settimane coinvolge la Chiesa, voglio proporne una attinente alle affermazioni appena fatte.
Non ho motivo di credere che a Roma la ricerca della verità sia possibile, completa e autentica se non accompagnata dalla libertà delle persone che la praticano e del sistema in cui quelle persone agiscono.
Tanto meno credo che, in assenza di tale libertà, la ricerca della verità possa diventare patrimonio dell’intera comunità dei fedeli e dunque “metodo” condiviso per una Chiesa più ricca e feconda.
Questa libertà attualmente non c’è. Non c’è perché il funzionamento della Chiesa si basa su una tradizione bimillenaria che va in direzione opposta. Essa è fondata sull’obbedienza, sul culto della riservatezza e del segreto curiale, sull’ossequio gerarchico, sulla lotta contro ogni voce dissidente, sull’autorità del dogma.
Questi fattori hanno contribuito in misura determinante all’eccezionale longevità della Chiesa stessa ma hanno poco a che vedere con la ricerca di una verità autonoma sulle cose dell’uomo. Sono anzi suoi nemici dichiarati, da sempre: e oggi la verità ufficiale che scende dall’alto non è più sufficiente a tenere coesa l’assemblea dei credenti.
Uomini e donne pretendono da chi li governa un rendiconto delle loro azioni. Questa pratica si chiama democrazia ed è, in politica, ciò che più si avvicina alla realizzazione del principio sopra esposto.
La libertà di scegliersi i governanti è strettamente connessa al compito di questi ultimi: cercare la verità di rapporti sociali più autentici e soddisfacenti per tutti. Dove manca tale libertà, il potere spesso si arrocca in un angolo, con conseguenze deleterie e non di rado tragiche. E pur con tutte le sue brutture, la democrazia è al momento il meglio che abbiamo a disposizione per praticare una libertà degna di questo nome.
Nella Chiesa non c’è democrazia. Alla Chiesa la democrazia serve. Non solo perché viviamo in un’epoca che ha fatto a pezzi il principio gerarchico e dell’insofferenza contro l’autorità un tratto costitutivo. Le serve, molto di più, per dare purezza e autorevolezza al messaggio di Cristo. In pericolo non è, non è stata e non sarà l’esistenza della Chiesa, che è solo messaggera. In pericolo è il messaggio. Le gerarchie ecclesiastiche devono abbracciare la libertà, perché solo una maggiore libertà nella pratica pubblica dei loro compiti permetterà alla Chiesa di incarnare credibilmente il ruolo affidatole da Cristo.
Concludo con una richiesta ai fedeli cattolici. Si facciano sentire. In queste settimane abbiamo ascoltato e visto vescovi e conferenze episcopali fare coming out sulla questione pedofilia. Hanno parlato perché sapevano che la società non avrebbe tollerato ulteriormente il silenzio. E con questa concessione all’opinione pubblica hanno ancora una volta salvato il sistema verticistico di cui fanno parte.
Ma i veri autori della Chiesa sono i fedeli e i fedeli mantengono un clamoroso silenzio. Per conoscenza diretta di sacerdoti e credenti so quanto sia scomodo per molti l’attuale momento e indigesto il comportamento delle gerarchie. Perché questi credenti non parlano? Perché nessun fedele scrive sui muri che sviare, sminuire e mistificare sono contro Cristo? Perché nessuno si alza in chiesa, la domenica, e grida che anche a Roma è possibile una rivoluzione?
È vero per l’arte, la cultura e la scienza: non si raggiungono alte vette espressive, non si esplorano a fondo i meandri dell’animo, non si sondano le leggi costitutive dell’universo se non si è liberi di sperimentare e cercare.
È vero nel campo dei rapporti sociali. Senza libertà, giocata nell’eguaglianza e nel rispetto dei diritti di ognuno, nessun uomo può mostrare agli altri il suo reale volto. E probabilmente vivremmo ancora in un mondo di appartenenze e ceti prescritti alla nascita: un mondo di maschere, dove non ci sarebbe nemmeno concesso decidere quale maschera indossare.
Ambiente di lavoro, famiglia, scuola: oggi possiamo scegliere cosa vogliamo essere e lottare per diventarlo. A guidarci è la ricerca di un’espressione personale più vera e completa. Ricerca che nemmeno inizierebbe se non avessimo ormai radicato dentro il sentimento della nostra libertà. Una libertà costitutiva, definitiva e incoercibile. Una libertà da uomini.
Di tante osservazioni connesse alla tempesta che in queste settimane coinvolge la Chiesa, voglio proporne una attinente alle affermazioni appena fatte.
Non ho motivo di credere che a Roma la ricerca della verità sia possibile, completa e autentica se non accompagnata dalla libertà delle persone che la praticano e del sistema in cui quelle persone agiscono.
Tanto meno credo che, in assenza di tale libertà, la ricerca della verità possa diventare patrimonio dell’intera comunità dei fedeli e dunque “metodo” condiviso per una Chiesa più ricca e feconda.
Questa libertà attualmente non c’è. Non c’è perché il funzionamento della Chiesa si basa su una tradizione bimillenaria che va in direzione opposta. Essa è fondata sull’obbedienza, sul culto della riservatezza e del segreto curiale, sull’ossequio gerarchico, sulla lotta contro ogni voce dissidente, sull’autorità del dogma.
Questi fattori hanno contribuito in misura determinante all’eccezionale longevità della Chiesa stessa ma hanno poco a che vedere con la ricerca di una verità autonoma sulle cose dell’uomo. Sono anzi suoi nemici dichiarati, da sempre: e oggi la verità ufficiale che scende dall’alto non è più sufficiente a tenere coesa l’assemblea dei credenti.
Uomini e donne pretendono da chi li governa un rendiconto delle loro azioni. Questa pratica si chiama democrazia ed è, in politica, ciò che più si avvicina alla realizzazione del principio sopra esposto.
La libertà di scegliersi i governanti è strettamente connessa al compito di questi ultimi: cercare la verità di rapporti sociali più autentici e soddisfacenti per tutti. Dove manca tale libertà, il potere spesso si arrocca in un angolo, con conseguenze deleterie e non di rado tragiche. E pur con tutte le sue brutture, la democrazia è al momento il meglio che abbiamo a disposizione per praticare una libertà degna di questo nome.
Nella Chiesa non c’è democrazia. Alla Chiesa la democrazia serve. Non solo perché viviamo in un’epoca che ha fatto a pezzi il principio gerarchico e dell’insofferenza contro l’autorità un tratto costitutivo. Le serve, molto di più, per dare purezza e autorevolezza al messaggio di Cristo. In pericolo non è, non è stata e non sarà l’esistenza della Chiesa, che è solo messaggera. In pericolo è il messaggio. Le gerarchie ecclesiastiche devono abbracciare la libertà, perché solo una maggiore libertà nella pratica pubblica dei loro compiti permetterà alla Chiesa di incarnare credibilmente il ruolo affidatole da Cristo.
Concludo con una richiesta ai fedeli cattolici. Si facciano sentire. In queste settimane abbiamo ascoltato e visto vescovi e conferenze episcopali fare coming out sulla questione pedofilia. Hanno parlato perché sapevano che la società non avrebbe tollerato ulteriormente il silenzio. E con questa concessione all’opinione pubblica hanno ancora una volta salvato il sistema verticistico di cui fanno parte.
Ma i veri autori della Chiesa sono i fedeli e i fedeli mantengono un clamoroso silenzio. Per conoscenza diretta di sacerdoti e credenti so quanto sia scomodo per molti l’attuale momento e indigesto il comportamento delle gerarchie. Perché questi credenti non parlano? Perché nessun fedele scrive sui muri che sviare, sminuire e mistificare sono contro Cristo? Perché nessuno si alza in chiesa, la domenica, e grida che anche a Roma è possibile una rivoluzione?
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