La questione: le differenze tra pubblico e privatoUno degli argomenti che più di altri spesso catalizza l'attenzione nel confronto tra pubblico e privato è l'efficienza. Si è soliti dire che il privato è più efficiente del pubblico, e che questa efficienza è agita da fattori quali la proprietà privata dei mezzi di produzione, dalla possibilità di lucrare un profitto, ovvero dal rischio di fallimento. Dinamiche motivazionali, spinte efficientiste e processi di responsabilizzazione del personale sono effettivamente più forti nelle organizzazioni private che in quelle pubbliche. La diversa intensità con cui questi fenomeni agiscono nelle organizzazioni pubbliche e private genera una forbice tra il diverso rendimento di quest'ultime, particolarmente evidente nei settori che vedono pubblico e privato agire come concorrenti: sanità e istruzione. A volte, addirittura, la differenza è tale che il pubblico, e i suoi sostenitori, percepiscono il privato come una minaccia per la propria sopravvivenza. Procedendo su tale ragionamento, comunque fondato, la differenza nella qualità del servizio reso (si pensi alla sanità) determina, attraverso la politica dei prezzi e delle tariffe, una segmentazione dell'utenza in due categorie: i pochi-danarosi-semplici e i tanti-meno abbienti-critici. Come è possibile? E, soprattutto, come intervenire senza cedere alla tentazione di mettere in contrapposizione pubblico e privato?
Come è possibile: il clientelismo.
Pubblico e privato sono soggetti alla stessa patologia: il clientelismo.
Il clientelismo, o logica clientelare, è lo strumento che ha la politica, una parte non nobile della politica, di controllare l'economia per finalità ed interessi particolari. La logica clientelare è manovrata attraverso il potere di nomina. Il politico che nomina, o favorisce la nomina, di un dirigente o di un operatore in un'azienda, pubblica o privata, mette il "nominato" nelle condizioni di "mostrargli la propria gratitudine". Gratitudine che, ben inteso, condizionerà il suo lavoro nell'organizzazione nella quale è stato nominato. Il potere di nomina, con le clientele che ne seguono, colpisce sia le organizzazioni pubbliche (Enti, Aziende Sanitarie, Aziende Ospedaliere, ecc...), sia le organizzazioni private (Banche, l'ha scoperto anche Bossi!). L'incursione della politica nel funzionamento delle organizzazioni pubbliche e private, in settori delicati come quello della sanità, produce effetti distorsivi nel loro funzionamento, favorendo gli interessi particolari a scapito di quelli collettivi. Il ricordo della Clinica Santa Rita può valere come esempio.
Come intervenire: chiarire la committenza.
Spesso le persone nominate e "clientelizzate" possiedono le competenze per occupare i posti ai quali vengono assegnate. L'elemento distorto non è il loro curriculum, ma la committenza. Il committente, colui che dà il mandato e verso cui l'incaricato si obbliga integralmente, deve coincidere con l'organizzazione per i cui interessi egli deve agire. Non è un fatto secondario o marginale. Significa togliere alla politica, alla sua parte meno nobile, il potere di controllare i settori più delicati orientandone i livelli di prestazione per finalità particolari, non sempre coincidenti con l'interesse generale. Significa impedire che si generi lo scontro tra sanità pubblica e privata, posto che entrambe devono potersi organizzare autonomamente, senza beneficiare di rendite di posizione e senza pagare il prezzo di privilegi concessi ad altri. E' un discorso molto più pratico di quanto possa sembrare. E per questo molto complesso da teorizzare.
Pietro Insinnamo
martedì 20 aprile 2010
lunedì 19 aprile 2010
Leva fiscale e politica industriale, uscire dal guado
Non credo che il problema dell'equilibrio del bilancio dello Stato e degli Enti Locali possa trovare soluzione strutturale e definitiva nella lotta all'evasione. E' sacrosanto, condivisibile e difendibile il principio, teorico e pratico, che alle necessità della collettività concorrano tutti i cittadini in ragione della propria reale capacità contributiva. Il punto per me focale è però un altro. Lo Stato e gli Enti Locali devono "budgetare" le uscite in ragione di quanto prevedono, con ragionevole certezza, di introitare. Quanto è certo l'incasso derivante dalla lotta all'evasione? Quanto questa lotta può essere presa a riferimento per determinare i livelli di spesa sostenibili? L'evasione va combattuta, ma non può costituire l'unica strategia (e forse neanche quella prevalente) per il finanziamento delle spese correnti. Va semmai messa a fuoco l'equazione esistente tra spesa - gettito e tra reddito - produzione: l'entità del gettito, che determina il livello della spesa sostenibile, è funzione dell'entità del reddito, determinato da quanto un'economia produce. Più un sistema economico produce, in termini di ricchezza, maggiore è la quota che esso può destinare alle necessità collettive. Un'economia depressa sarà sistematicamente compressa tra l'incudine del debito e il martello dei tagli alla spesa. Un'economia caratterizzata da stabile crescita, direi virtuosa, può trovare nel valore aggiunto prodotto la via per svincolarsi dalla morsa dei tagli e del debito, senza ricorrere alle chimere delle alchimie contabili. Certo serve una politica che favorisca, culturalmente prima che ancora che negli atti formali, l'industria. Una politica industriale che ponga le condizioni strutturali, strategiche, infrastrutturali, culturali per consentire alle imprese di "produrre ricchezza" in senso lato, con effetti a cascata in termini di ricadute sociali prima ancora che economiche. Svilupperò ulteriormente il ragionamento, non prima di avere messo in evidenza, in un prossimo post, il tema del "controllo esercitato dalla politica sull'economia: potere di nomina, diritto di clientela".
Pietro Insinnamo
Pietro Insinnamo
domenica 18 aprile 2010
BILANCIO PUBBLICO E RAPPORTO PUBBLICO-PRIVATO
Con riferimento alle mie riflessioni sul Patto di Stabilità, Pietro sottolinea due aspetti: A) il dilemma tra tagliare le spese pubbliche o contrarre nuovi debiti. B) la devoluzione al privato del “ centro di interessi economico sociali”, mediante trasferimento “non regolato” di componenti della spesa pubblica, dal pubblico al privato.
I) Alternativa tra contrarre le spese o aumentare i debiti. La risposta dovrebbe essere: puntare sempre ad un equilibrio di bilancio, che consiste nell’avere, tendenzialmente, il C/Economico in pareggio e Debiti per ammontare compatibile con le entrate proprie. Questi criteri non sono nuovi né sconosciuti agli amministratori attuali. Esistono già le regole che vincolano gli Enti locali a debiti che non siano superiori a determinati limiti(15% entrate correnti) e anche pressioni per scongiurare deficit correnti a ripetizione ( patto di stabilità). Il problema è che da un lato si mettono le mani avanti dicendo che i guai amministrativi sono eredità di altri e quindi si chiede di essere esentati dai prezzi del riaggiustamento. Dall’altro è innegabile una tendenza generalizzata ad aggirare le regole: molti pseudo “ Avanzi di Amministrazione gestionali” sono il risultato di manipolazioni delle regole contabili, fatte per aggirare i vincoli imposti. In questo caso è il controllo che difetta e le sanzioni sono grida manzoniane in un Paese governato da Politici che spendono molta energia a combattere regole e istituzioni che devono farle applicare. Come si devono interpretare i giudizi “generici” sulla esosità del fisco, espressi non al bar ma nei palazzi istituzionali? E le sparate contro la magistratura? E i condoni a ripetizione? Il primo e più urgente lavoro da fare, allora, è ripristinare il senso della “ legalità”. Ogni legge può e deve essere discussa nelle sedi appropriate, anche per stimolarne il cambiamento, ma va sempre rispettata, sia per quanto dispone che per i modi con cui è lecito discuterne. I grandi paesi del capitalismo ( USA e Inghilterra), in queste cose, sono ineccepibili. Questo dovrebbe valere anche per il PD.
II) Trasferimento ai privati di spese per servizi pubblici: “privatizzazioni” estranee alla logica del “mercato”. Il tema, per come lo si osserva da noi, va riformulato nei seguenti termini: avendo l’obiettivo di “ privatizzare” determinati servizi sociali per sottrarli ad ogni regola “pubblica”, la via che si segue è “ marginalizzare” il pubblico per rendere inevitabile il privato. Per esemplificare si può fare il caso della sanità. In Lombardia si ha la percezione che gli Ospedali pubblici sono “trascurati” a vantaggio delle Cliniche “accreditate”. Uno dei migliori esperti del settore, Francesco Longo, spiega che la sanità insieme ai servizi sociali, pesa per il 12,5% del PIL. In assoluto è il settore più importante dell’economia. Su 140 miliardi di euro di spesa complessiva, la parte pubblica pesa 105 miliardi ed ha un deficit modesto del 3-4% concentrato per l’80% tra Lazio, Sicilia e Campania. La sanità è una delle principali leve di sviluppo, produce occupazione, lavoro qualificato non delocalizzabile, ricerca. Insomma non ci sarebbe motivo per non vedere il Servizio Sanitario Nazionale come istituzione altamente positiva. Da noi invece se ne parla come un peso per l’economia manifatturiera. Perché? Ci sono diverse ragioni. Ne accenno alcune. Primo: i privati nel mercato sanitario. Il mercato sanitario italiano è il terzo d’Europa: il privato con 9 specialità spiega il 70-80% del fatturato, il pubblico con le stesse specialità spiega il 30%. E’ vantaggioso per il privato avere un mercato redditizio, con committenza “pubblica” assicurata e senza obbligo di funzioni “assistenziali”. Secondo: le grandi Istituzioni non pubbliche nel mercato sanitario. La Conferenza Episcopale Cattolica americana e i Sindacati di settore si sono dichiarati contrari alla riforma sanitaria varata dal Presidente Obama. La motivazione di sostanza è il conflitto di interesse : la Chiesa cattolica è uno dei più grandi imprenditori privati del settore ed è l’Istituzione che riserva a sé l’intervento assistenziale per i cittadini che non sono assicurati, i poveri. Anche da noi la Gerarchia vedrebbe bene una sua legittimazione, attraverso la Caritas, quale “intervento caritativo di ultima istanza” ( F.L.). Quanto ai Sindacati USA hanno lavoratori assicurati; i non iscritti al sindacato non sono assicurati. Obama pensa, invece, che tutti debbano essere cittadini a pieni diritti, compreso il diritto alla cura sanitaria, che da noi è garantita dal Servizio sanitario nazionale. Questo dovrebbe essere un punto “non negoziabile della politica del PD”.
Su come si dovrebbe governare il rapporto pubblico-privato “senza degradare in vecchi antagonismi pubblico – privato” ( Pietro), proverò a dare qualche indicazione più avanti.
Mario Santo 18/04/2010
Con riferimento alle mie riflessioni sul Patto di Stabilità, Pietro sottolinea due aspetti: A) il dilemma tra tagliare le spese pubbliche o contrarre nuovi debiti. B) la devoluzione al privato del “ centro di interessi economico sociali”, mediante trasferimento “non regolato” di componenti della spesa pubblica, dal pubblico al privato.
I) Alternativa tra contrarre le spese o aumentare i debiti. La risposta dovrebbe essere: puntare sempre ad un equilibrio di bilancio, che consiste nell’avere, tendenzialmente, il C/Economico in pareggio e Debiti per ammontare compatibile con le entrate proprie. Questi criteri non sono nuovi né sconosciuti agli amministratori attuali. Esistono già le regole che vincolano gli Enti locali a debiti che non siano superiori a determinati limiti(15% entrate correnti) e anche pressioni per scongiurare deficit correnti a ripetizione ( patto di stabilità). Il problema è che da un lato si mettono le mani avanti dicendo che i guai amministrativi sono eredità di altri e quindi si chiede di essere esentati dai prezzi del riaggiustamento. Dall’altro è innegabile una tendenza generalizzata ad aggirare le regole: molti pseudo “ Avanzi di Amministrazione gestionali” sono il risultato di manipolazioni delle regole contabili, fatte per aggirare i vincoli imposti. In questo caso è il controllo che difetta e le sanzioni sono grida manzoniane in un Paese governato da Politici che spendono molta energia a combattere regole e istituzioni che devono farle applicare. Come si devono interpretare i giudizi “generici” sulla esosità del fisco, espressi non al bar ma nei palazzi istituzionali? E le sparate contro la magistratura? E i condoni a ripetizione? Il primo e più urgente lavoro da fare, allora, è ripristinare il senso della “ legalità”. Ogni legge può e deve essere discussa nelle sedi appropriate, anche per stimolarne il cambiamento, ma va sempre rispettata, sia per quanto dispone che per i modi con cui è lecito discuterne. I grandi paesi del capitalismo ( USA e Inghilterra), in queste cose, sono ineccepibili. Questo dovrebbe valere anche per il PD.
II) Trasferimento ai privati di spese per servizi pubblici: “privatizzazioni” estranee alla logica del “mercato”. Il tema, per come lo si osserva da noi, va riformulato nei seguenti termini: avendo l’obiettivo di “ privatizzare” determinati servizi sociali per sottrarli ad ogni regola “pubblica”, la via che si segue è “ marginalizzare” il pubblico per rendere inevitabile il privato. Per esemplificare si può fare il caso della sanità. In Lombardia si ha la percezione che gli Ospedali pubblici sono “trascurati” a vantaggio delle Cliniche “accreditate”. Uno dei migliori esperti del settore, Francesco Longo, spiega che la sanità insieme ai servizi sociali, pesa per il 12,5% del PIL. In assoluto è il settore più importante dell’economia. Su 140 miliardi di euro di spesa complessiva, la parte pubblica pesa 105 miliardi ed ha un deficit modesto del 3-4% concentrato per l’80% tra Lazio, Sicilia e Campania. La sanità è una delle principali leve di sviluppo, produce occupazione, lavoro qualificato non delocalizzabile, ricerca. Insomma non ci sarebbe motivo per non vedere il Servizio Sanitario Nazionale come istituzione altamente positiva. Da noi invece se ne parla come un peso per l’economia manifatturiera. Perché? Ci sono diverse ragioni. Ne accenno alcune. Primo: i privati nel mercato sanitario. Il mercato sanitario italiano è il terzo d’Europa: il privato con 9 specialità spiega il 70-80% del fatturato, il pubblico con le stesse specialità spiega il 30%. E’ vantaggioso per il privato avere un mercato redditizio, con committenza “pubblica” assicurata e senza obbligo di funzioni “assistenziali”. Secondo: le grandi Istituzioni non pubbliche nel mercato sanitario. La Conferenza Episcopale Cattolica americana e i Sindacati di settore si sono dichiarati contrari alla riforma sanitaria varata dal Presidente Obama. La motivazione di sostanza è il conflitto di interesse : la Chiesa cattolica è uno dei più grandi imprenditori privati del settore ed è l’Istituzione che riserva a sé l’intervento assistenziale per i cittadini che non sono assicurati, i poveri. Anche da noi la Gerarchia vedrebbe bene una sua legittimazione, attraverso la Caritas, quale “intervento caritativo di ultima istanza” ( F.L.). Quanto ai Sindacati USA hanno lavoratori assicurati; i non iscritti al sindacato non sono assicurati. Obama pensa, invece, che tutti debbano essere cittadini a pieni diritti, compreso il diritto alla cura sanitaria, che da noi è garantita dal Servizio sanitario nazionale. Questo dovrebbe essere un punto “non negoziabile della politica del PD”.
Su come si dovrebbe governare il rapporto pubblico-privato “senza degradare in vecchi antagonismi pubblico – privato” ( Pietro), proverò a dare qualche indicazione più avanti.
Mario Santo 18/04/2010
sabato 17 aprile 2010
Il desiderio del bene...
Ieri leggevo un bel commento sul Vangelo dei cinque pani e due pesci: 5000 persone da sfamare, gli apostoli non sanno cosa fare, e si presenta a Gesù un ragazzino che offre quello che aveva, cinque pani e due pesci, appunto....il commento non si soffermava sul miracolo di Gesù ma sulla generosità di questo ragazzino. Diceva il testo: "C'è un ragazzo con del pane d'orzo, segno di povertà e di essenzialità, ma soprattutto c'è la sua disponibilità a dare tutto, con il rischio di rimanere a digiuno pur di mettere a disposizione ciò che ha. La fiducia nel Maestro supera i morsi della sua giovane fame, il desiderio di aiutare travalica qualsiasi incredulità".
Mi hanno molto colpito queste parole e le ho riferite all'impegno politico: in questi mesi più che mai, impegnarsi nel PD è una grande delusione. Anche ieri sera, alla Direzione provinciale, che sconforto nel sentire i vari interventi, a partire dal Segretario provinciale: non c'è la minima voglia di cambiare, di voltare pagina, di provare a fare qualche cosa di diverso. Ieri sera sono tornata a casa arrabbiata, sconfortata. Ma chi me lo fa fare? Tanto a che serve tutto ciò?
Poi oggi ho riletto queste parole. Se davvero il desiderio di fare della politica un servizio, lavorare in questo mondo con competenza e passione per servire la società, e in primo luogo gli ultimi, non rassegnarsi davanti a ciò che vediamo, se questo desiderio superasse la nostra incredulità di poter contribuire, nel nostro piccolo, al miglioramento della società, allora forse, invece che lasciare tutto nelle mani dei soliti furbi, troveremmo anche noi la forza per reagire e cambiare noi per primi il passo di una politica sempre più lontana dalla persona.
Sono due le grandi tentazioni che dobbiamo quindi superare. La tentazione di credere di non poter cambiare nulla perchè siamo troppo piccoli, troppo deboli e i nostri sforzi non servirebbero a niente. E la tentazione di lasciare che lo scoraggiamento e la delusione superino il nostro desiderio di bene. Dovremmo prendere esempio da quel ragazzino, che quella lontana sera di 2000 anni fa, ebbe il coraggio di fare un passo avanti e permise il miracolo....Anche questo PD, affinchè avvenga il miracolo della sua rinascita, ha bisogno di persone così, persone animate da quel desiderio di bene che travalica ogni difficoltà!
Maria Angela Monti
Mi hanno molto colpito queste parole e le ho riferite all'impegno politico: in questi mesi più che mai, impegnarsi nel PD è una grande delusione. Anche ieri sera, alla Direzione provinciale, che sconforto nel sentire i vari interventi, a partire dal Segretario provinciale: non c'è la minima voglia di cambiare, di voltare pagina, di provare a fare qualche cosa di diverso. Ieri sera sono tornata a casa arrabbiata, sconfortata. Ma chi me lo fa fare? Tanto a che serve tutto ciò?
Poi oggi ho riletto queste parole. Se davvero il desiderio di fare della politica un servizio, lavorare in questo mondo con competenza e passione per servire la società, e in primo luogo gli ultimi, non rassegnarsi davanti a ciò che vediamo, se questo desiderio superasse la nostra incredulità di poter contribuire, nel nostro piccolo, al miglioramento della società, allora forse, invece che lasciare tutto nelle mani dei soliti furbi, troveremmo anche noi la forza per reagire e cambiare noi per primi il passo di una politica sempre più lontana dalla persona.
Sono due le grandi tentazioni che dobbiamo quindi superare. La tentazione di credere di non poter cambiare nulla perchè siamo troppo piccoli, troppo deboli e i nostri sforzi non servirebbero a niente. E la tentazione di lasciare che lo scoraggiamento e la delusione superino il nostro desiderio di bene. Dovremmo prendere esempio da quel ragazzino, che quella lontana sera di 2000 anni fa, ebbe il coraggio di fare un passo avanti e permise il miracolo....Anche questo PD, affinchè avvenga il miracolo della sua rinascita, ha bisogno di persone così, persone animate da quel desiderio di bene che travalica ogni difficoltà!
Maria Angela Monti
giovedì 15 aprile 2010
Torno sul problema del Patto di stabilità, stimolato dalla manifestazione di protesta, di giovedì 8 aprile, guidata dal sindaco leghista Attilio Fontana di Varese. In proposito, osservo che anche l’attuale presidente della Provincia Galli, ogni volta che è messo a confronto con le contraddizioni del bilancio provinciale, grida contro Roma ladrona – peraltro controllata da esponenti della Lega- che sottrarrebbe soldi alla Lombardia per darli ad altri.
Il bilancio della Provincia, come ricordavo nel precedente mio intervento, mette assieme : deficit correnti e debiti in aumento. Questo mix fa a pugni con il preteso rispetto del patto di stabilità. Il vero problema è che neppure la vituperata Roma sembra disporre delle risorse finanziarie che pure avrebbe diritto ad incassare. Giorni fa sono stati pubblicati gli ultimi dati elaborati delle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti italiani. Il 90% dei contribuenti ha denunciato una base imponibile sotto i 15.000 euro. Del restante 10% almeno l’80% è costituito da lavoratori dipendenti. Non dimentichiamo, infine, che circa il 25% degli italiani dichiara addirittura di non avere materia imponibile. Dunque il nostro o è un paese di poveri diavoli del terzo mondo oppure tiri ognuno la conclusione. Forse siamo, per qualche ragione, dei diversi. The Economist, autorevole rivista di destra inglese, ragionando sulla necessità che l’Inghilterra ha di uscire, con misure straordinarie, dal disastro finanziario mondiale, per il quale ha qualche responsabilità, riferisce che: “ Britain has always paid its debts; investors don’t yet doubt the ability of a British government to get a fiscal grip after the election; and Britons tend to pay their taxes. “ Qui sta la differenza: gli Inglesi “tendono a pagare le loro tasse”. È su questa considerazione che dovrebbe soffermarsi la Lega Nord.
Il problema del Patto di Stabilità consiste, in gran parte, nel fatto che tanta parte della cittadinanza, del Sud come del Nord, si sottrae al dovere di pagare le proprie tasse. Di conseguenza nei bilanci pubblici ci sono entrate insufficienti a coprire i costi. Questo, naturalmente, non vuol dire negare diffuse pratiche di pessima amministrazione. Fontana, allora, farebbe meglio a protestare contro l’evasione che c’è e guidare manifestazioni per chiedere al governo, su cui ha influenza sicura, di esigere il rispetto del dovere fiscale. Quanto ai nostri del centrosinistra, si associno pure alla proteste leghiste contro le rigidità del Patto di Stabilità, ma dedichino un pò del loro tempo anche a ragionare sulle storture dell’attuale sistema impositivo.
Il bilancio della Provincia, come ricordavo nel precedente mio intervento, mette assieme : deficit correnti e debiti in aumento. Questo mix fa a pugni con il preteso rispetto del patto di stabilità. Il vero problema è che neppure la vituperata Roma sembra disporre delle risorse finanziarie che pure avrebbe diritto ad incassare. Giorni fa sono stati pubblicati gli ultimi dati elaborati delle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti italiani. Il 90% dei contribuenti ha denunciato una base imponibile sotto i 15.000 euro. Del restante 10% almeno l’80% è costituito da lavoratori dipendenti. Non dimentichiamo, infine, che circa il 25% degli italiani dichiara addirittura di non avere materia imponibile. Dunque il nostro o è un paese di poveri diavoli del terzo mondo oppure tiri ognuno la conclusione. Forse siamo, per qualche ragione, dei diversi. The Economist, autorevole rivista di destra inglese, ragionando sulla necessità che l’Inghilterra ha di uscire, con misure straordinarie, dal disastro finanziario mondiale, per il quale ha qualche responsabilità, riferisce che: “ Britain has always paid its debts; investors don’t yet doubt the ability of a British government to get a fiscal grip after the election; and Britons tend to pay their taxes. “ Qui sta la differenza: gli Inglesi “tendono a pagare le loro tasse”. È su questa considerazione che dovrebbe soffermarsi la Lega Nord.
Il problema del Patto di Stabilità consiste, in gran parte, nel fatto che tanta parte della cittadinanza, del Sud come del Nord, si sottrae al dovere di pagare le proprie tasse. Di conseguenza nei bilanci pubblici ci sono entrate insufficienti a coprire i costi. Questo, naturalmente, non vuol dire negare diffuse pratiche di pessima amministrazione. Fontana, allora, farebbe meglio a protestare contro l’evasione che c’è e guidare manifestazioni per chiedere al governo, su cui ha influenza sicura, di esigere il rispetto del dovere fiscale. Quanto ai nostri del centrosinistra, si associno pure alla proteste leghiste contro le rigidità del Patto di Stabilità, ma dedichino un pò del loro tempo anche a ragionare sulle storture dell’attuale sistema impositivo.
mercoledì 14 aprile 2010
Saronno: Porro e il Centrosinistra, Gilli e il Centrodestra. Qualcosa in comune?
Le vittorie Porro e Gilli
E' prossimo l'insediamento dell'Amministrazione Porro a Saronno, recente trionfatrice alle amministrative. Il clima di entusiasmo, di diffuso e benevolo consenso che accompagna questa elezione presenta alcune interessanti analogie con il medesimo clima che si respirò in Città nel 1999, quando a vincere sull'onda dell'entusiasmo e del traino personale fu Gilli.
Nuovismo, civismo
Ora come allora la coalizione vincitrice ha caratterizzato la propria candidatura a guida della Città come il "nuovo" contro il "vecchio". Il Gilli del 1999, fino ad allora figura di retroguardia nell'arcipelago democristiano, si propose e venne percepito come un punto di discontinuità e di rottura col passato. Il Porro di oggi, benchè di lungo trascorso politico, ha riscosso un notevole credito di consenso come portatore di un modo nuovo di amministrare la Città, in discontinuità con il metodo - Gilli degli ultimi 10 anni. Sia Gilli nel 1999 che Porro nel 2010 hanno, fin dagli slogan, messo al centro del proprio messaggio mediatico la Saronno-Città. Emblematico il "Viva Saronno Viva" con il quale Gilli tappezzò la Città 11 anni fa; evocativo di una analoga centralità il "AmiAmo Saronno" di Porro nel 2010. Gilli poi, a conferma della propensione a privilegiare la dimensione civica su quella politica, nel 1999 si presentò come espressione di una lista civica (Unione Saronnese di Centro). Porro ha a lungo militato in una lista civica e, giusto osservalo, il suo partito (PD) ha presentato una lista copiosamente farcita di persone provenienti dall'esperienza civica. Insomma: effetto annuncio, "nuovismo", "civismo". Questi i tratti della campagna Porro che trovano analogie e similitudini con la campagna Gilli del 1999.
Coerenza, successo
Il centrodestra di Gilli seppe dare seguito e contenuto, a prescindere da come la si pensi, alle attese generate nella campagna del 1999. La prima amministrazione Gilli modificò a trecentosessanta gradi il modo di comunicare dell'Amministrazione, il modo di gestire la leva mediatica. Se questo poi si tradusse in cambiamenti positivi di sostanza è difficile dirlo. Sicuramente l'elettorato premiò la prima Amministrazione Gilli, ritenendo che essa avesse corrisposto alle proprie attese. Ora tocca a Luciano Porro e ai suoi dare seguito ai propositi di campagna elettorale. Nei modi e nei contenuti. Anche nell'affrontare questa sfida di coerenza con se stessi Porro e Gilli rischiano di trovare qualcosa in comune.
E' prossimo l'insediamento dell'Amministrazione Porro a Saronno, recente trionfatrice alle amministrative. Il clima di entusiasmo, di diffuso e benevolo consenso che accompagna questa elezione presenta alcune interessanti analogie con il medesimo clima che si respirò in Città nel 1999, quando a vincere sull'onda dell'entusiasmo e del traino personale fu Gilli.
Nuovismo, civismo
Ora come allora la coalizione vincitrice ha caratterizzato la propria candidatura a guida della Città come il "nuovo" contro il "vecchio". Il Gilli del 1999, fino ad allora figura di retroguardia nell'arcipelago democristiano, si propose e venne percepito come un punto di discontinuità e di rottura col passato. Il Porro di oggi, benchè di lungo trascorso politico, ha riscosso un notevole credito di consenso come portatore di un modo nuovo di amministrare la Città, in discontinuità con il metodo - Gilli degli ultimi 10 anni. Sia Gilli nel 1999 che Porro nel 2010 hanno, fin dagli slogan, messo al centro del proprio messaggio mediatico la Saronno-Città. Emblematico il "Viva Saronno Viva" con il quale Gilli tappezzò la Città 11 anni fa; evocativo di una analoga centralità il "AmiAmo Saronno" di Porro nel 2010. Gilli poi, a conferma della propensione a privilegiare la dimensione civica su quella politica, nel 1999 si presentò come espressione di una lista civica (Unione Saronnese di Centro). Porro ha a lungo militato in una lista civica e, giusto osservalo, il suo partito (PD) ha presentato una lista copiosamente farcita di persone provenienti dall'esperienza civica. Insomma: effetto annuncio, "nuovismo", "civismo". Questi i tratti della campagna Porro che trovano analogie e similitudini con la campagna Gilli del 1999.
Coerenza, successo
Il centrodestra di Gilli seppe dare seguito e contenuto, a prescindere da come la si pensi, alle attese generate nella campagna del 1999. La prima amministrazione Gilli modificò a trecentosessanta gradi il modo di comunicare dell'Amministrazione, il modo di gestire la leva mediatica. Se questo poi si tradusse in cambiamenti positivi di sostanza è difficile dirlo. Sicuramente l'elettorato premiò la prima Amministrazione Gilli, ritenendo che essa avesse corrisposto alle proprie attese. Ora tocca a Luciano Porro e ai suoi dare seguito ai propositi di campagna elettorale. Nei modi e nei contenuti. Anche nell'affrontare questa sfida di coerenza con se stessi Porro e Gilli rischiano di trovare qualcosa in comune.
martedì 13 aprile 2010
Intorno al 25 aprile
Tra circa due settimane è di nuovo 25 aprile e tutti ricordiamo cosa è accaduto l’anno scorso. Dopo averla disertata per anni, Berlusconi si è impadronito della festa, presentandosi quasi partigiano tra i partigiani. E ha pronunciato parole apprezzate da tutte le parti politiche. La prima e direi ultima volta, a mio gusto, in cui ha dato qualche segnale di vera levatura di statista. Poi sono arrivati la D’Addario e il codazzo di scandali bipartisan che hanno depresso la scena negli ultimi mesi, e il ricordo di quel discorso si è rapidamente perduto. Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare del perché il 25 aprile non esercita più adeguato fascino sulle coscienze degli italiani. Cosa innegabile e più volte annotata dagli osservatori delle nostre vicende. Ecco dunque alcune radici - storiche, culturali e ideologiche - dell’attuale situazione.
Primo. Il 25 aprile maturò in una parte d’Italia precisa e limitata. Nella primavera del 1945 gran parte del paese respirava già un clima nuovo e rimase completamente estraneo alle vicende che infiammavano la Pianura Padana.
Secondo. Il 25 aprile è la festa della Liberazione dall’occupazione nazifascista: poiché la storia alla lunga non mente, è difficile nascondere che quella liberazione coincise con la peggiore sconfitta militare e le più grandi devastazioni che il nostro paese avesse mai subito. Non è piacevole ricordarlo.
Terzo. La Resistenza ebbe il ruolo di comprimario. Affiancò con il suo sacrificio le truppe anglo-americane, senza le quali i tedeschi non sarebbero mai stati cacciati. Nessuno storico serio si azzarderebbe oggi a negare ciò.
Quarto. Nella Resistenza italiana erano rappresentate, seppure in diversa misura, tutte le tendenze politiche. Cattolici, azionisti, comunisti, monarchici, liberali, socialisti, persino anarchici: tutti diedero il loro prezioso contributo. Ma nei decenni successivi questa realtà faticò a emergere e via via se ne perse la cognizione. Furono soprattutto i comunisti, egemoni culturalmente, a fare della Resistenza uno dei punti forti del proprio apparato ideologico e propagandistico. Con questo effetto: che la Resistenza è diventata indigesta a moltissimi.
Quinto. Molti combatterono dall’altra parte e quella che combatterono fu una guerra civile: anche questo è ormai definito. Non potevano riconoscersi nella vittoria dei loro avversari. E i loro discendenti politici non vi si possono riconoscere oggi.
Sesto e più importante di tutti. Molti non combatterono affatto, né dall’una né dall’altra parte. È la famosa «zona grigia» in cui si collocò la maggioranza degli italiani, in attesa degli eventi. Superficiale era stata la loro adesione al mussolinismo di guerra, superficiale fu, dopo, la loro adesione ai nuovi miti della Repubblica.
Il 25 aprile è festa nazionale e una festa nazionale è per definizione una festa della nazione. La nazione è la comunità di uomini e donne uniti dalla lingua, dalla cultura, dalle tradizioni e dalle vicende storiche. Non formano passivamente la nazione, non sono iscritti ad essa d’ufficio, non basta l’atto di nascita per appartenervi. Abbiamo una nazione quando uomini e donne si riconoscono nei tanti fattori che li legano, quando formano appunto una comunità. Su tale base e sulla scorta degli elementi prima enumerati è facile capire perché il 25 aprile non susciti negli italiani la passione che molti vorrebbero. Una larga parte dei nostri concittadini, e forse la parte maggiore, non lo riconosce come elemento fondante della nazione. Nega il valore morale e rigenerante della Resistenza. E di conseguenza non reputa il 25 aprile elemento costitutivo dell’identità italiana. Per questo lo vive male o con indifferenza.
Quando arriverà - immagino da destra - la proposta provocatoria di degradare il 25 aprile e depennarlo dalla lista delle feste nazionali?
Primo. Il 25 aprile maturò in una parte d’Italia precisa e limitata. Nella primavera del 1945 gran parte del paese respirava già un clima nuovo e rimase completamente estraneo alle vicende che infiammavano la Pianura Padana.
Secondo. Il 25 aprile è la festa della Liberazione dall’occupazione nazifascista: poiché la storia alla lunga non mente, è difficile nascondere che quella liberazione coincise con la peggiore sconfitta militare e le più grandi devastazioni che il nostro paese avesse mai subito. Non è piacevole ricordarlo.
Terzo. La Resistenza ebbe il ruolo di comprimario. Affiancò con il suo sacrificio le truppe anglo-americane, senza le quali i tedeschi non sarebbero mai stati cacciati. Nessuno storico serio si azzarderebbe oggi a negare ciò.
Quarto. Nella Resistenza italiana erano rappresentate, seppure in diversa misura, tutte le tendenze politiche. Cattolici, azionisti, comunisti, monarchici, liberali, socialisti, persino anarchici: tutti diedero il loro prezioso contributo. Ma nei decenni successivi questa realtà faticò a emergere e via via se ne perse la cognizione. Furono soprattutto i comunisti, egemoni culturalmente, a fare della Resistenza uno dei punti forti del proprio apparato ideologico e propagandistico. Con questo effetto: che la Resistenza è diventata indigesta a moltissimi.
Quinto. Molti combatterono dall’altra parte e quella che combatterono fu una guerra civile: anche questo è ormai definito. Non potevano riconoscersi nella vittoria dei loro avversari. E i loro discendenti politici non vi si possono riconoscere oggi.
Sesto e più importante di tutti. Molti non combatterono affatto, né dall’una né dall’altra parte. È la famosa «zona grigia» in cui si collocò la maggioranza degli italiani, in attesa degli eventi. Superficiale era stata la loro adesione al mussolinismo di guerra, superficiale fu, dopo, la loro adesione ai nuovi miti della Repubblica.
Il 25 aprile è festa nazionale e una festa nazionale è per definizione una festa della nazione. La nazione è la comunità di uomini e donne uniti dalla lingua, dalla cultura, dalle tradizioni e dalle vicende storiche. Non formano passivamente la nazione, non sono iscritti ad essa d’ufficio, non basta l’atto di nascita per appartenervi. Abbiamo una nazione quando uomini e donne si riconoscono nei tanti fattori che li legano, quando formano appunto una comunità. Su tale base e sulla scorta degli elementi prima enumerati è facile capire perché il 25 aprile non susciti negli italiani la passione che molti vorrebbero. Una larga parte dei nostri concittadini, e forse la parte maggiore, non lo riconosce come elemento fondante della nazione. Nega il valore morale e rigenerante della Resistenza. E di conseguenza non reputa il 25 aprile elemento costitutivo dell’identità italiana. Per questo lo vive male o con indifferenza.
Quando arriverà - immagino da destra - la proposta provocatoria di degradare il 25 aprile e depennarlo dalla lista delle feste nazionali?
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