L'autonomia dei laici cattolici in politica è un dato ormai acquisito. Lo è in considerazione del fatto che, dalla medesima fede in Cristo, non necessariamente deriva una e una sola opzione politica. La prima, del resto, attiene la sfera dell'assoluto; la seconda quella dell'opinabile, del transeunte. Certo rimane il necessario riferimento alla Dottrina Sociale della Chiesa. Che proprio perchè dottrina, aggiorna continamente se stessa con l'obiettivo di indicare scelte concrete che, rimandando ad una rivelazione immutabile, ne interpretano il messaggio alla luce delle diverse condizioni sociali.
Non sono quindi le ultime penose vicende che interessano il Presidente del Consiglio ad indurmi a invitare chi, cattolico, ha scelto il Popolo delle Libertà a "ravvedersi" e raggiungermi nel Partito Democratico. Oso credere che, per un cattolico, aver scelto il centrodestra, abbia motivazioni più profonde che non la presenza di Silvio Berlusconi. Come per me scegliere il PD nulla ha a che vedere con una qualsiasi forma di antiberlusconismo.
Piuttosto chiedo quali ragioni possano indurre un cattolico del PdL a continuare ad accettare che il suo partito di riferimento abbia come leader Silvio Berlusconi. Come sia possibile che continui a sostenere un governo il cui Presidente del consiglio di Ministri sia Silvio Berlusconi. Nella migliore delle ipotesi siamo di fronte ad un caso di eterogenesi dei fini.
Abbiano più coraggio i cattolici del PdL. Rifiutino l'afasia in cui li confina una situazione che ha ormai superato il grottesco. Non attendano una presa di distanze ufficiale della Chiesa italiana per agire! Si assumano la responsabilità propria dei laici cattolici in politica tornando a porre al centro della loro azione il bene comune del Paese.
“La nave [cioè la società] ormai è in mano al cuoco di bordo; e le parole che trasmette il megafono del comandante non riguardano più la rotta, ma quel che si mangerà domani”(Soren Kierkegard, 1845).
Forse oggi è questo il compito più urgente dei laici cattolici in politica. Di centrodestra come di centrosinistra. Rimandare il cuoco in cambusa perchè i passegeri possano tornare a scegliere la rotta della nave.
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta politica. Mostra tutti i post
domenica 31 ottobre 2010
martedì 14 settembre 2010
Lega: Maroni ... e sinonimi
Chiedo scusa ai coautori del blog e ai nostri 25 (esagerato !) lettori, ma mi accingo a postare un articoletto un tantino volgare. D’altra parte devo parlare della Lega e mi corre quindi l’obbligo di adeguare il linguaggio allo stile del suo leader, il Bossi da Gemonio, che ormai da mesi gira l’Italia con il dito medio perennemente sollevato in segno di saluto (forse perché, passati gli anni del celodurismo, il dito è l’unica cosa che riesce a sollevare).
Battute grevi a parte, mi preme brevemente parlare di quanto successo ad Adro.
Adro, ridente (fino a ieri) paesino in provincia di Brescia, è amministrata da un simpatico sindaco leghista, anzi, a lui probabilmente piacerebbe essere definito borgomastro, che, in vista del nuovo anno scolastico, ha avuto una pensata geniale: per farla breve, costui, il borgomastro padano, ha disseminato le aule della scuola elementare, pubblica, cioè di tutti, di effigie del “Sole delle Alpi”, il simbolo del suo partito, la Lega appunto.
Una scuola pubblica riempita di effigie raffiguranti simboli di un partito. Che fenomeno ! Roba che non si vede più nemmeno nella Russia dell'amicone Putin.
Che dire ? Lega: un Maroni, tanti coglioni.
p.s.: a proposito di Lega, il Bossi da Gemonio domenica, dopo aver battezzato (con rito celtico ?) a Venezia quel lavativo (tutto suo padre !!) del figlio, Renzo "la trota", cui noi, somari lombardi, paghiamo 12.500 euro al mese di stipendio, ha detto che “il federalismo è alle porte, ormai la va a giorni”. Caspita ! In effetti ho appena sentito che l’hanno intravisto, il federalismo padano, dalle parti di Arquata Scrivia ed entro domenica, traffico permettendo, dovrebbe arrivare a Bagnolo Cremasco.
Ah, no, scusate, non è il federalismo padano, è Miss Padania … va beh, è lo stesso: federalismo padano o Miss Padania non cambia, sempre di stronzate si tratta.
Battute grevi a parte, mi preme brevemente parlare di quanto successo ad Adro.
Adro, ridente (fino a ieri) paesino in provincia di Brescia, è amministrata da un simpatico sindaco leghista, anzi, a lui probabilmente piacerebbe essere definito borgomastro, che, in vista del nuovo anno scolastico, ha avuto una pensata geniale: per farla breve, costui, il borgomastro padano, ha disseminato le aule della scuola elementare, pubblica, cioè di tutti, di effigie del “Sole delle Alpi”, il simbolo del suo partito, la Lega appunto.
Una scuola pubblica riempita di effigie raffiguranti simboli di un partito. Che fenomeno ! Roba che non si vede più nemmeno nella Russia dell'amicone Putin.
Che dire ? Lega: un Maroni, tanti coglioni.
p.s.: a proposito di Lega, il Bossi da Gemonio domenica, dopo aver battezzato (con rito celtico ?) a Venezia quel lavativo (tutto suo padre !!) del figlio, Renzo "la trota", cui noi, somari lombardi, paghiamo 12.500 euro al mese di stipendio, ha detto che “il federalismo è alle porte, ormai la va a giorni”. Caspita ! In effetti ho appena sentito che l’hanno intravisto, il federalismo padano, dalle parti di Arquata Scrivia ed entro domenica, traffico permettendo, dovrebbe arrivare a Bagnolo Cremasco.
Ah, no, scusate, non è il federalismo padano, è Miss Padania … va beh, è lo stesso: federalismo padano o Miss Padania non cambia, sempre di stronzate si tratta.
lunedì 6 settembre 2010
Strade nuove
L’estate della politica si è chiusa ieri con il discorso di Fini a Mirabello.
Un’estate politica caotica e, per certi versi, squallida, al termine della quale ritroviamo tre elementi certi:
1) L’implosione del PDL che, come affermato da Fini, “non c’è più”: il fallimento del progetto del teorizzato partito liberale di massa, dietro il quale si cela in realtà una visione padronale del partito e delle istituzioni, entrambi visti come strumenti da asservire all’interesse personale del capo;
2) La perdurante afasia del PD, intento ad occuparsi non dei problemi degli italiani, ma del “se e come fare le primarie”, con le immancabili bordate che dal territorio (vedi Chiamparino e Renzi) arrivano sulla dirigenza nazionale, e, sullo sfondo, il perpetuarsi della ventennale contrapposizione D’Alema – Veltroni;
3) La convergenza tra Fini, Casini e Rutelli su alcuni temi concreti dell’agenda politica, dalla riforma della legge elettorale al quoziente familiare, nel quadro di una ritrovata “etica del dovere”, scomparsa dal lessico del bipolarismo italiano e finalmente rievocata, si spera non solo ad uso giornalistico, da Casini e Fini nei loro recenti interventi pubblici.
Ed è interessante notare come proprio Fini e Rutelli, cofondatori del PDL e del PD, ne abbiano certificato la fine. Probabilmente persuasi che non di “fusioni tra uguali” si è trattato, bensì della fagocitazione del più piccolo ad opera del più grande. E così se il PDL è diventato una Forza Italia allargata, un partito padronale, nel quale uno decide (il più delle volte pro domo sua) e gli altri obbediscono, senza luoghi di discussione, il PD si è appalesato come la prosecuzione della storia politica del PCI-PDS-DS, con gli stessi stilemi, dalle adunate di piazza quali momenti fondativi della propria soggettività politica, al collateralismo con la CGIL, dal centralismo democratico (che in provincia di Varese abbiamo purtroppo sperimentato di persona) ad un certo giustizialismo a senso unico.
Il partito azienda contrapposto alla riproposizione della presenza politica della sinistra italiana. Questo è il bipolarismo italiano: altro che nuovo modo di fare politica !
Un’offerta politica che ha prodotto distanza e disillusione in tanti elettori, che, infatti, preferiscono non votare.
Fini e Rutelli hanno certificato la fine del PDL e del PD; si apre ora una fase nuova.
L’auspicio di chi ha da tempo smesso di credere in questo bipolarismo è che da questi fallimenti incrociati possa nascere qualcosa di positivo, un rinnovato impegno, le famose "strade nuove" da tempo evocate da Padre Sorge, una nuova soggettività politica, che si possa inserire a pieno titolo nel solco del popolarismo italiano. E mi piace richiamare la chiusura dell’appello ai “liberi e forti” di Don Sturzo:
“A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl'interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l'adesione al nostro Programma.”
Siamo pronti all’impegno, con passione e dedizione; pronti, ma, come tutti quelli che vivono l’impegno politico come ricerca del bene comune e non dell’interesse personale, saremo vigili di fronte a tentazioni di trasformismo, derive plebiscitarie e, soprattutto qui al Nord, cedimenti alla “cultura dell’egoismo”, incarnata dalla Lega, con la quale, è bene dirlo subito, non si deve scendere a compromessi.
Un’estate politica caotica e, per certi versi, squallida, al termine della quale ritroviamo tre elementi certi:
1) L’implosione del PDL che, come affermato da Fini, “non c’è più”: il fallimento del progetto del teorizzato partito liberale di massa, dietro il quale si cela in realtà una visione padronale del partito e delle istituzioni, entrambi visti come strumenti da asservire all’interesse personale del capo;
2) La perdurante afasia del PD, intento ad occuparsi non dei problemi degli italiani, ma del “se e come fare le primarie”, con le immancabili bordate che dal territorio (vedi Chiamparino e Renzi) arrivano sulla dirigenza nazionale, e, sullo sfondo, il perpetuarsi della ventennale contrapposizione D’Alema – Veltroni;
3) La convergenza tra Fini, Casini e Rutelli su alcuni temi concreti dell’agenda politica, dalla riforma della legge elettorale al quoziente familiare, nel quadro di una ritrovata “etica del dovere”, scomparsa dal lessico del bipolarismo italiano e finalmente rievocata, si spera non solo ad uso giornalistico, da Casini e Fini nei loro recenti interventi pubblici.
Ed è interessante notare come proprio Fini e Rutelli, cofondatori del PDL e del PD, ne abbiano certificato la fine. Probabilmente persuasi che non di “fusioni tra uguali” si è trattato, bensì della fagocitazione del più piccolo ad opera del più grande. E così se il PDL è diventato una Forza Italia allargata, un partito padronale, nel quale uno decide (il più delle volte pro domo sua) e gli altri obbediscono, senza luoghi di discussione, il PD si è appalesato come la prosecuzione della storia politica del PCI-PDS-DS, con gli stessi stilemi, dalle adunate di piazza quali momenti fondativi della propria soggettività politica, al collateralismo con la CGIL, dal centralismo democratico (che in provincia di Varese abbiamo purtroppo sperimentato di persona) ad un certo giustizialismo a senso unico.
Il partito azienda contrapposto alla riproposizione della presenza politica della sinistra italiana. Questo è il bipolarismo italiano: altro che nuovo modo di fare politica !
Un’offerta politica che ha prodotto distanza e disillusione in tanti elettori, che, infatti, preferiscono non votare.
Fini e Rutelli hanno certificato la fine del PDL e del PD; si apre ora una fase nuova.
L’auspicio di chi ha da tempo smesso di credere in questo bipolarismo è che da questi fallimenti incrociati possa nascere qualcosa di positivo, un rinnovato impegno, le famose "strade nuove" da tempo evocate da Padre Sorge, una nuova soggettività politica, che si possa inserire a pieno titolo nel solco del popolarismo italiano. E mi piace richiamare la chiusura dell’appello ai “liberi e forti” di Don Sturzo:
“A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl'interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l'adesione al nostro Programma.”
Siamo pronti all’impegno, con passione e dedizione; pronti, ma, come tutti quelli che vivono l’impegno politico come ricerca del bene comune e non dell’interesse personale, saremo vigili di fronte a tentazioni di trasformismo, derive plebiscitarie e, soprattutto qui al Nord, cedimenti alla “cultura dell’egoismo”, incarnata dalla Lega, con la quale, è bene dirlo subito, non si deve scendere a compromessi.
sabato 4 settembre 2010
Basta ammucchiate !
"Se Berlusconi e la Lega dovessero portare il Paese alle terze elezioni in sei anni, allora noi proporremo a Fini un'alleanza per la democrazia. Noi staremo con tutti coloro che sono disponibili a salvare questa Costituzione". Queste le parole pronunciate ieri da Rosy Bindi, presidente del PD.
Un'alleanza tra Fini, Casini, Rutelli, Bersani, Di Pietro, Vendola, Pecoraro Scanio e Diliberto ? Per fare cosa ? Con quale programma ?
Se una persona seria e rigorosa come Rosy Bindi arriva a proporre una simile enormità, significa due cose:
1) il PD è alla frutta e non sa che pesci prendere.
2) il bipolarismo italiano è in stato comatoso.
Del PD alla frutta poco ci importa, del bipolarismo italiano un po' di più.
E purtroppo duole constatare come, a differenza di quanto avviene nel resto dell'Europa, il nostro bipolarismo è assolutamente deficitario, rissoso e inconcludente.
Ma d'altro canto il problema è che in Italia i due poli non si sono aggregati sulla base di comuni ideali e valori, bensì sulla base di una scelta di "tifo": berlusconiani contro anti-berlusconiani.
E quando prevale il tifo sulla politica, i populisti trionfano: non a caso Bossi e Di Pietro tengono in scacco i rispettivi schieramenti.
Ma è chiaro che questo schema mostra la corda ed è ormai urgente ed indifferibile guardare al futuro quando, uscito di scena Berlusconi, si tornerà alla politica e al confronto su idee e contenuti: quale società, quale modello di sviluppo, quale scuola, quale politica di integrazione dei migranti, eccetera. Come avviene in Germania, Francia, Regno Unito e nel resto dell'Europa.
Dove ci si divide tra popolari e socialisti.
Lavoriamo perchè questo momento arrivi presto anche in Italia.
Un'alleanza tra Fini, Casini, Rutelli, Bersani, Di Pietro, Vendola, Pecoraro Scanio e Diliberto ? Per fare cosa ? Con quale programma ?
Se una persona seria e rigorosa come Rosy Bindi arriva a proporre una simile enormità, significa due cose:
1) il PD è alla frutta e non sa che pesci prendere.
2) il bipolarismo italiano è in stato comatoso.
Del PD alla frutta poco ci importa, del bipolarismo italiano un po' di più.
E purtroppo duole constatare come, a differenza di quanto avviene nel resto dell'Europa, il nostro bipolarismo è assolutamente deficitario, rissoso e inconcludente.
Ma d'altro canto il problema è che in Italia i due poli non si sono aggregati sulla base di comuni ideali e valori, bensì sulla base di una scelta di "tifo": berlusconiani contro anti-berlusconiani.
E quando prevale il tifo sulla politica, i populisti trionfano: non a caso Bossi e Di Pietro tengono in scacco i rispettivi schieramenti.
Ma è chiaro che questo schema mostra la corda ed è ormai urgente ed indifferibile guardare al futuro quando, uscito di scena Berlusconi, si tornerà alla politica e al confronto su idee e contenuti: quale società, quale modello di sviluppo, quale scuola, quale politica di integrazione dei migranti, eccetera. Come avviene in Germania, Francia, Regno Unito e nel resto dell'Europa.
Dove ci si divide tra popolari e socialisti.
Lavoriamo perchè questo momento arrivi presto anche in Italia.
domenica 29 agosto 2010
L'addio a Cossiga
Ad agosto è scomparso il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga.
Un'uscita di scena in punta di piedi dopo una vita di politico e uomo di Stato vissuta al centro dell'attenzione: esequie private, quali ebbe anche il punto di riferimento di Cossiga, Aldo Moro, il cui tragico destino ha segnato il percorso umano e politico di Cossiga, come di tutta la politica italiana.
Unico momento nel quale poter rendere omaggio allo scomparso ex Presidente della Repubblica la camera ardente presso il Policlinico Gemelli.
A portare l'ultimo saluto a Cossiga si sono recati i Presidenti emeriti Ciampi e Scalfaro, il Presidente della Repubblica, Napolitano, il premier Berlusconi, i Presidenti di Senato e Camera, Schifani e Fini, ministri, autorità civili, militari e religiose e dirigenti politici di tutti i partiti presenti in Parlamento.
Tutti, tranne uno: il Partito Democratico. Nessun dirigente del PD ha avuto tempo e voglia di recarsi a rendere omaggio alla salma dell'ex Presidente Cossiga.
Almeno in questo il PD è coerente: assente per i vivi, assente per i morti.
Semplicemente non pervenuto.
Un'uscita di scena in punta di piedi dopo una vita di politico e uomo di Stato vissuta al centro dell'attenzione: esequie private, quali ebbe anche il punto di riferimento di Cossiga, Aldo Moro, il cui tragico destino ha segnato il percorso umano e politico di Cossiga, come di tutta la politica italiana.
Unico momento nel quale poter rendere omaggio allo scomparso ex Presidente della Repubblica la camera ardente presso il Policlinico Gemelli.
A portare l'ultimo saluto a Cossiga si sono recati i Presidenti emeriti Ciampi e Scalfaro, il Presidente della Repubblica, Napolitano, il premier Berlusconi, i Presidenti di Senato e Camera, Schifani e Fini, ministri, autorità civili, militari e religiose e dirigenti politici di tutti i partiti presenti in Parlamento.
Tutti, tranne uno: il Partito Democratico. Nessun dirigente del PD ha avuto tempo e voglia di recarsi a rendere omaggio alla salma dell'ex Presidente Cossiga.
Almeno in questo il PD è coerente: assente per i vivi, assente per i morti.
Semplicemente non pervenuto.
mercoledì 25 agosto 2010
Scenario politico: posizioni in campo
Lo scenario politico nazionale si presenta molto complesso. La conflittualità di questi mesi è indice di una nuova transizione politica verso una terza fase della vita repubblicana. In questa transizione tutti i protagonisti si stanno posizionando in funzione dei propri interessi ed obiettivi. La difficoltà a rendere compatbili tra loro questi interessi, ovvero complementari, amplifica il conflitto.
Berlusconi. Berlusconi ha il problema di individuare l'erede a cui lasciare in dote il berlusconismo. Non è detto che lo scelga nell'ambito politico. Anzi, credo che sia più probabile che lo peschi fuori dalla politica, cioè dal suo enturage familiare o aziendale. Il berlusconismo non è una corrente di pensiero politica, pertanto il suo interprete e traghettatore del futuro non credo potrà venire dalla politica. Fino a quando Berlusconi non avrà scelto l'erede non forzerà la mano sulle elezioni. Sono in corso le selezioni.
Bossi. Anche Bossi ha il problema del passaggio generazionale. Ma a differenza di Berlusconi lui ha un luogotente già formato che potrà fare da reggente in attesa che maturi l'erede. Trattasi di Calderoli. La cifra culturale di Calderoli equivale a quella del leader maximo leghista: le spara grosse (forse più grosse) del capo. Deve solo imparare ad attaccarsi un pò di più alla poltrona e poi sarà un perfetto capo leghista. Fino a quando le trote non diventeranno grandi. Bossi ha tutto l'interesse ad accelerare verso le elezioni, dando per molto probabile una forte crescita di consenso e quindi del patrimonio da lasciare in eredità.
Fini e Casini. Fini e Casini puntano ad ereditare il patrimonio politico del centrodestra post - berlusconi una volta de-berlusconalizzato. Si sono posizionati in modo tale da attrarre tutti gli elettori che non sono di sinistra (circa il 75% degli italiani) e che non aderiranno al berlusconismo ed al leghismo futuro, pur magari avendovi aderito fino ad oggi. Oggi non sono pronti ad affrontare le elezioni per due ragioni: anzitutto perchè non sono organizzati territorialmente e mediaticamente, in secondo luogo perchè Berlusconi non è ancora cotto dal punto di vista politico. La proposta di allargamento della maggioranza è funzionale sia alla tattica di allungare la crisi sia di maginificare l'insufficienza di Berlusconi a risolverla, entrambe tattiche finalizzate alla strategia di far implodere il berlusconismo.
Rutelli. Francesco Rutelli sta espiando la colpa di essere transitato dal Partito Democratico. La penitenza è quasi finita. Starà con Casini e Fini nel nuovo centrodestra alternativo al centrosinistra. Deve solo dimenticarsi per sempre di pronunciare la parola "progressisti" e poi l'espiazione sarà compiuta.
Partito Democratico. Francamente, in tutto quello che sta accadendo nella politica italiana, il PD è il grande non pervenuto. Il PD rappresenta quel 25% di italiani che si collocano a sinistra. E' forse l'unica fazione che ha già perferzionato la sua transizione nella terza repubblica. Non ipotizzo sconvolgimenti al suo interno. E' un partito strutturalmente e strategicamente destinato a fare minoranza ed opposizione, e così sarà. Potrà avere qualche parentesi governativa, ma non credo che sarà in grado di lasciare il segno.
Sintesi. Non credo alle elezioni a breve. Al di là delle dichiarazioni strumentali non le vuole nessuno, non servono a nessuno tranne che a Bossi. In ogni caso deciderano Napolitano e i Partiti Politici presenti in Parlamento. Che piaccia o non il sistema politico italiano è di tipo Parlamentare e Partitico. Ancora non siamo alla democrazia diretta e plebiscitaria.
Il bipolarismo è destinato ad implodere e ridursi ad un ricordo non molto piacevole della seconda repubblica.
Nasceranno tre - quattro poli (come ai tempi della prima repubblica): lega - berlusconiani, centrodestra moderato (partito della nazione?), PD, altri estremisti legati al centrosinistra.
La strada è ancora lunga, ma sicuramente più breve di qualche mese fa. Quello che leggiamo oggi sui giornali è da intepretare alla luce di quello che accadrà nel futuro. Forse si potrebbe votare se si concretizzasse in questo senso un asse Lega - Pd, ipotesi non remota. Allora si che Casini, Fini e Berlusconi con Rutelli troverebbero subito una maggioranza alternativa in Parlamento. Sembra fantapolitica, ma spesso nella vita (e in politica quasi sempre) la realtà supera la fantasia.
Pietro Insinnamo
Berlusconi. Berlusconi ha il problema di individuare l'erede a cui lasciare in dote il berlusconismo. Non è detto che lo scelga nell'ambito politico. Anzi, credo che sia più probabile che lo peschi fuori dalla politica, cioè dal suo enturage familiare o aziendale. Il berlusconismo non è una corrente di pensiero politica, pertanto il suo interprete e traghettatore del futuro non credo potrà venire dalla politica. Fino a quando Berlusconi non avrà scelto l'erede non forzerà la mano sulle elezioni. Sono in corso le selezioni.
Bossi. Anche Bossi ha il problema del passaggio generazionale. Ma a differenza di Berlusconi lui ha un luogotente già formato che potrà fare da reggente in attesa che maturi l'erede. Trattasi di Calderoli. La cifra culturale di Calderoli equivale a quella del leader maximo leghista: le spara grosse (forse più grosse) del capo. Deve solo imparare ad attaccarsi un pò di più alla poltrona e poi sarà un perfetto capo leghista. Fino a quando le trote non diventeranno grandi. Bossi ha tutto l'interesse ad accelerare verso le elezioni, dando per molto probabile una forte crescita di consenso e quindi del patrimonio da lasciare in eredità.
Fini e Casini. Fini e Casini puntano ad ereditare il patrimonio politico del centrodestra post - berlusconi una volta de-berlusconalizzato. Si sono posizionati in modo tale da attrarre tutti gli elettori che non sono di sinistra (circa il 75% degli italiani) e che non aderiranno al berlusconismo ed al leghismo futuro, pur magari avendovi aderito fino ad oggi. Oggi non sono pronti ad affrontare le elezioni per due ragioni: anzitutto perchè non sono organizzati territorialmente e mediaticamente, in secondo luogo perchè Berlusconi non è ancora cotto dal punto di vista politico. La proposta di allargamento della maggioranza è funzionale sia alla tattica di allungare la crisi sia di maginificare l'insufficienza di Berlusconi a risolverla, entrambe tattiche finalizzate alla strategia di far implodere il berlusconismo.
Rutelli. Francesco Rutelli sta espiando la colpa di essere transitato dal Partito Democratico. La penitenza è quasi finita. Starà con Casini e Fini nel nuovo centrodestra alternativo al centrosinistra. Deve solo dimenticarsi per sempre di pronunciare la parola "progressisti" e poi l'espiazione sarà compiuta.
Partito Democratico. Francamente, in tutto quello che sta accadendo nella politica italiana, il PD è il grande non pervenuto. Il PD rappresenta quel 25% di italiani che si collocano a sinistra. E' forse l'unica fazione che ha già perferzionato la sua transizione nella terza repubblica. Non ipotizzo sconvolgimenti al suo interno. E' un partito strutturalmente e strategicamente destinato a fare minoranza ed opposizione, e così sarà. Potrà avere qualche parentesi governativa, ma non credo che sarà in grado di lasciare il segno.
Sintesi. Non credo alle elezioni a breve. Al di là delle dichiarazioni strumentali non le vuole nessuno, non servono a nessuno tranne che a Bossi. In ogni caso deciderano Napolitano e i Partiti Politici presenti in Parlamento. Che piaccia o non il sistema politico italiano è di tipo Parlamentare e Partitico. Ancora non siamo alla democrazia diretta e plebiscitaria.
Il bipolarismo è destinato ad implodere e ridursi ad un ricordo non molto piacevole della seconda repubblica.
Nasceranno tre - quattro poli (come ai tempi della prima repubblica): lega - berlusconiani, centrodestra moderato (partito della nazione?), PD, altri estremisti legati al centrosinistra.
La strada è ancora lunga, ma sicuramente più breve di qualche mese fa. Quello che leggiamo oggi sui giornali è da intepretare alla luce di quello che accadrà nel futuro. Forse si potrebbe votare se si concretizzasse in questo senso un asse Lega - Pd, ipotesi non remota. Allora si che Casini, Fini e Berlusconi con Rutelli troverebbero subito una maggioranza alternativa in Parlamento. Sembra fantapolitica, ma spesso nella vita (e in politica quasi sempre) la realtà supera la fantasia.
Pietro Insinnamo
venerdì 25 giugno 2010
Pomigliano o l'inaccettabile accordo necessario
Non è una normale partita tra impresa e sindacato quella che si gioca alla FIAT di Pomigliano. Anzi, interpretano entrambi un ruolo secondario. E’ la globalizzazione la star della rappresentazione. Che mostra il suo vero volto. In modo palese. Per la prima volta, in Italia, con tanta ostentazione. E non per l’unica né per l’ultima. Altre fabbriche, altri settori seguiranno quello che si presenta come un percorso obbligato. Non per l’Italia; forse per l’intero occidente.
Il casus belli è presto detto. In un mercato globale come quello dell’auto, dove l’eccesso di capacità produttiva è stimato tra il 30 ed il 40%, una società come la FIAT potrebbe decidere di continuare a produrre un’auto come la Panda in Polonia. Come già oggi sta facendo. Per portare la produzione in Italia e non mandare a spasso i 15.000 lavoratori che, indotto compreso, ruotano attorno a Pomigliano, vuole che i costi di produzione italiani scendano quel tanto che basta da renderli competitivi con quelli polacchi. Perché solo così può reggere la furibonda battaglia dei prezzi che i produttori ormai combattono da tempo. Sotto il profilo industriale il ragionamento non mostra sfilacciamenti.
Non mi preme, in questa sede entrare nei dettagli delle richieste di Marchionne, anche se più d’una appare francamente irricevibile. Ne mi preme ricordare i comportamenti inaccettabili, più volte posti in essere da parte di alcuni lavoratori, che l’accordo vorrebbe sanare e che, un sindacato degno di questo nome, avrebbe stroncato da tempo e autonomamente. Mi premono alcune riflessioni politiche.
1.La globalizzazione economica ci è stata presentata come quella sorta di miracolo che ci avrebbe consentito di acquistare sempre più beni a minor prezzo perché realizzati laddove il costo di produzione è significativamente inferiore al nostro. E lo è grazie ad una manodopera docile, a sindacati inesistenti e a diritti dei lavoratori di la da venire. Pomigliano svela invece un triplo inganno: a) per acquistare beni servono soldi e per averli, il normale cittadino, deve lavorare. b) per continuare a lavorare dobbiamo riappropriarci di settori produttivi, nel frattempo “delocalizzati”, riproducendo in Italia le condizioni di lavoro dei Paesi che hanno ospitato in questi anni le nostre fabbriche. Dobbiamo cioè rinunciare a 50 anni di miglioramento delle nostre condizioni di lavoro. c) Per poter dare lavoro ai nostri operai e impiegati, dobbiamo ridurre sul lastrico migliaia di altre famiglie, in questo caso polacche. In altre parole da questo modello di globalizzazione liberista (nome in codice: competizione globale senza regole) ci perdiamo tutti. Quasi tutti.
2.Il passaggio epocale di cui l’accordo di Pomigliano è la testa di ponte, invoca a gran voce l’indispensabilità di una classe sindacale all’altezza della situazione. Dobbiamo invece registrare un doppio disastro: quello di un sindacato ormai scendiletto delle controparti, cui si oppone un altro sindacato che sembra geneticamente impossibilitato a pronunciare la parola trattativa. Ne consegue una incapacità complessiva a garantire le condizioni dei lavoratori accompagnandoli all’interno dei nuovi scenari industriali. Lavoratori che, lasciati soli di fronte all’alternativa tra non lavorare e lavorare peggio di prima, non possono che scegliere la seconda. E’ la resa totale del sindacato.
3.Il governo Berlusconi, dilaniato al suo interno da preoccupazioni che nulla hanno a che spartire con la sorte dei lavoratori campani, sembra incapace anche solo di comprendere la gravità di quanto sta accadendo. Sacconi, ministro del Lavoro, si è detto addirittura “soddisfatto” perché Pomigliano “dimostra che da oggi questo Paese è ancora più moderno perché si è adeguato alla competizione”. Tremonti, da par suo, si rallegra perché a Pomigliano si starebbe realizzando un chiaro esempio di “economia sociale di mercato”. Sono esempi paradigmatici, ancorché sconfortanti, dell’abisso che ormai separa questo governo dalle condizioni reali del Paese.
E’ probabile che, nella situazione contingente, tanto l’azienda quanto i sindacati, non abbiano alternative all’accordo. Ed i lavoratori a sottoscriverlo.
Restano però le domande sul dopo. Se è cioè inevitabile che episodi di dumping sociale come quello di Pomigliano siano indispensabili alla sopravvivenza del nostro sistema industriale. Piuttosto che funzionali al modello di globalizzazione imperante. Se può essere considerata crescita quella che peggiora le condizioni sociali, economiche e relazionali delle persone. Quella che invece di far progredire le condizioni di vita nei paesi emergenti, ne comporta le regressione in quelli più avanzati che con i primi si trovano a competere.
Non mi sembrano domande evitabili. In un Paese dove, ringraziando ancora una volta la nostra Costituzione, il lavoro rimane il fondamento della cittadinanza sociale e politica. Dove questa centralità può essere la base di un modello economico alternativo a quello oggi in profonda crisi. Un modello solidale e personalistico. Che riconosca l’esistenza, questa si globale, di diritti vitali degli esseri umani sui quali fondare forme riconosciute di riequilibrio e di redistribuzione che permettano la fruizione universale dei beni economici, a vantaggio dei settori più deboli della società.
Soprattutto non sono domande evitabili per un partito come il PD. Che una maggiore capacità di elaborazione e una più coraggiosa incisività di proposta riporterebbero finalmente al centro del confronto sociale ed economico. Anche alla luce dell’ultima manovra finanziaria, varata in evidente clima disperazione dal governo Berlusconi.
Il casus belli è presto detto. In un mercato globale come quello dell’auto, dove l’eccesso di capacità produttiva è stimato tra il 30 ed il 40%, una società come la FIAT potrebbe decidere di continuare a produrre un’auto come la Panda in Polonia. Come già oggi sta facendo. Per portare la produzione in Italia e non mandare a spasso i 15.000 lavoratori che, indotto compreso, ruotano attorno a Pomigliano, vuole che i costi di produzione italiani scendano quel tanto che basta da renderli competitivi con quelli polacchi. Perché solo così può reggere la furibonda battaglia dei prezzi che i produttori ormai combattono da tempo. Sotto il profilo industriale il ragionamento non mostra sfilacciamenti.
Non mi preme, in questa sede entrare nei dettagli delle richieste di Marchionne, anche se più d’una appare francamente irricevibile. Ne mi preme ricordare i comportamenti inaccettabili, più volte posti in essere da parte di alcuni lavoratori, che l’accordo vorrebbe sanare e che, un sindacato degno di questo nome, avrebbe stroncato da tempo e autonomamente. Mi premono alcune riflessioni politiche.
1.La globalizzazione economica ci è stata presentata come quella sorta di miracolo che ci avrebbe consentito di acquistare sempre più beni a minor prezzo perché realizzati laddove il costo di produzione è significativamente inferiore al nostro. E lo è grazie ad una manodopera docile, a sindacati inesistenti e a diritti dei lavoratori di la da venire. Pomigliano svela invece un triplo inganno: a) per acquistare beni servono soldi e per averli, il normale cittadino, deve lavorare. b) per continuare a lavorare dobbiamo riappropriarci di settori produttivi, nel frattempo “delocalizzati”, riproducendo in Italia le condizioni di lavoro dei Paesi che hanno ospitato in questi anni le nostre fabbriche. Dobbiamo cioè rinunciare a 50 anni di miglioramento delle nostre condizioni di lavoro. c) Per poter dare lavoro ai nostri operai e impiegati, dobbiamo ridurre sul lastrico migliaia di altre famiglie, in questo caso polacche. In altre parole da questo modello di globalizzazione liberista (nome in codice: competizione globale senza regole) ci perdiamo tutti. Quasi tutti.
2.Il passaggio epocale di cui l’accordo di Pomigliano è la testa di ponte, invoca a gran voce l’indispensabilità di una classe sindacale all’altezza della situazione. Dobbiamo invece registrare un doppio disastro: quello di un sindacato ormai scendiletto delle controparti, cui si oppone un altro sindacato che sembra geneticamente impossibilitato a pronunciare la parola trattativa. Ne consegue una incapacità complessiva a garantire le condizioni dei lavoratori accompagnandoli all’interno dei nuovi scenari industriali. Lavoratori che, lasciati soli di fronte all’alternativa tra non lavorare e lavorare peggio di prima, non possono che scegliere la seconda. E’ la resa totale del sindacato.
3.Il governo Berlusconi, dilaniato al suo interno da preoccupazioni che nulla hanno a che spartire con la sorte dei lavoratori campani, sembra incapace anche solo di comprendere la gravità di quanto sta accadendo. Sacconi, ministro del Lavoro, si è detto addirittura “soddisfatto” perché Pomigliano “dimostra che da oggi questo Paese è ancora più moderno perché si è adeguato alla competizione”. Tremonti, da par suo, si rallegra perché a Pomigliano si starebbe realizzando un chiaro esempio di “economia sociale di mercato”. Sono esempi paradigmatici, ancorché sconfortanti, dell’abisso che ormai separa questo governo dalle condizioni reali del Paese.
E’ probabile che, nella situazione contingente, tanto l’azienda quanto i sindacati, non abbiano alternative all’accordo. Ed i lavoratori a sottoscriverlo.
Restano però le domande sul dopo. Se è cioè inevitabile che episodi di dumping sociale come quello di Pomigliano siano indispensabili alla sopravvivenza del nostro sistema industriale. Piuttosto che funzionali al modello di globalizzazione imperante. Se può essere considerata crescita quella che peggiora le condizioni sociali, economiche e relazionali delle persone. Quella che invece di far progredire le condizioni di vita nei paesi emergenti, ne comporta le regressione in quelli più avanzati che con i primi si trovano a competere.
Non mi sembrano domande evitabili. In un Paese dove, ringraziando ancora una volta la nostra Costituzione, il lavoro rimane il fondamento della cittadinanza sociale e politica. Dove questa centralità può essere la base di un modello economico alternativo a quello oggi in profonda crisi. Un modello solidale e personalistico. Che riconosca l’esistenza, questa si globale, di diritti vitali degli esseri umani sui quali fondare forme riconosciute di riequilibrio e di redistribuzione che permettano la fruizione universale dei beni economici, a vantaggio dei settori più deboli della società.
Soprattutto non sono domande evitabili per un partito come il PD. Che una maggiore capacità di elaborazione e una più coraggiosa incisività di proposta riporterebbero finalmente al centro del confronto sociale ed economico. Anche alla luce dell’ultima manovra finanziaria, varata in evidente clima disperazione dal governo Berlusconi.
mercoledì 2 giugno 2010
2 Giugno, festa di oggi

Il 2 giugno è la principale festa civile del nostro Paese.
Come la presa della Bastiglia (14 luglio 1789) lo è per i francesi. Come la Dichiarazione di Indipendenza (4 luglio 1776) lo è per gli americani.
Ricorda un periodo molto più recente della storia: il 2 e 3 giugno 1946. Quando avvennero due momenti “unici” nella storia della nazione: il referendum istituzionale indetto a suffragio universale e l’elezione dei 556 componenti l’Assemblea Costituente. Il primo sancì la scelta degli italiani per la forma repubblicana, chiudendo così 85 anni di monarchia. Il secondo diede vita all’assemblea che ci “regalò” la carta costituzionale.
Più del 25 aprile, che ne rappresenta in qualche modo la condizione necessaria, il 2 giugno è un momento di unità che dovrebbe superare differenze di ogni tipo.
Mi è quindi particolarmente spiacevole dover rimarcare assenze ingombranti alle celebrazioni di oggi. Soprattutto se gli assenti non hanno perso occasione per evidenziare la loro presenza alle recenti celebrazioni del 25 aprile. Una contradictio in terminis. Capace di gettare una luce sinistra su progetti di federalismo, peraltro mai sufficientemente circostanziati.
Mai come in questo periodo di palese crisi economica il Paese necessiterebbe di forze politiche capaci di far prevalere ciò che unisce su quanto divide. Pur nell’assoluto rispetto del ruolo loro affidato dagli elettori.
Condivido il richiamo alle parole pronunciate il 2 giugno 2005 dall’allora Presidente Ciampi: “Affrontiamo, confrontandoci, i problemi veri del Paese con la volontà di arrivare a soluzioni condivise. E traduciamole in atti concreti”. Parole che mi sembra trovino autorevole eco in quelle pronunciate ieri dal Presidente Napolitano: “Stiamo attraversando, nel mondo e in particolar modo in Europa, una crisi difficile : occorre dunque un grande sforzo, fatto anche di sacrifici, per aprire all'Italia una prospettiva di sviluppo più sicuro e più forte. Per crescere di più e meglio, assicurando maggiore benessere a quanti sono rimasti più indietro, l'Italia deve crescere tutta, al Nord e al Sud. Il confronto tra le opposte parti politiche deve concorrere al raggiungimento di questi risultati, e non produrre solo conflitto, soltanto scontro fine a sé stesso”.
Moniti simili, pronunciati da uomini con storie e sensibilità politiche differenti. Parole che, mi auguro, possano trovare seguito anche a Saronno.
Perché, anche per i saronnesi, il 2 giugno non sia solo il ricordo di un fatto ormai lontano.
lunedì 31 maggio 2010
Caino, dov'è tuo fratello?
Si chiamava "Freedom Flottilla". Portava 700 pacifisti, giornalisti, personalità religiose e politiche provenienti da tutto il mondo verso Gaza. Pacifisti appartenenti a organizzazioni non governative, al mondo del volontariato e della solidarietà, che volevano rompere l'assedio e l'embargo sulla popolazione di Gaza e chiedevano di poter portare aiuto a queste persone. "Il blocco degli alimenti è totale" ha dichiatato il parroco di Gaza, padre Jorghe, a Pax Christi International, che con la comunità palestinese chiede non solo solidarietà, ma giustizia e coraggio nella denuncia.
Israele ha commeso un crimine orrendo assaltando le navi che volevano attraccare al porto di Gaza per portare aiuto e uccidendo 10 persone. Soprattutto un crimine inutile. Violenza gratuita. In totale spregio del diritto internaizonale e del valore della vita umana. Esattamente come i terroristi dell'integralismo islamico quando si fanno esplodere sugli autobus; nei supermercati; nelle strade affollate. E nulla cambia il sospetto che su quelle navi ci potessero essere armi. Infinite erano le possibilità di scoprirlo senza causare un massacro.
"Chiediamo l'immediata liberazione dei pacifisti arrestati, rottura immediata dell'embargo cominciando dagli aiuti che le navi portavano da ogni parte del mondo. E poi sanzioni economiche e un'inchiesta internazionale per un crimine che poteva e doveva essere evitato". (Pax Christi Italia)
"L'assalto alle navi delle Ong è un fatto di assoluta gravità. Israele deve rispondere alla comunità internazionale di quello che è successo. Il sangue versato soffoca le prospettive di pace e minaccia di accendere i fuochi della tensione e dell'odio. Il risarcimento di un fatto così grave può essere ricercato solo, da parte del governo Netanyahu, in un gesto di pace coraggioso, visibile e sincero, un gesto che fino ad oggi non ha saputo né voluto fare".(Pierluigi Bersani)
Nessuno può, in coscienza, affermare che la situazione in Medio Oriente sia di semplice composizione. Non si superano con buone parole odi e diffidenze sedimentate nei decenni. Ne si convertono alla pace in poco tempo generazioni che hanno visto solo guerra. Da una parte e dall'altra.
Ma al popolo della Bibbia non sfuggirà sicuramente la tremenda domanda di Dio: "Caino, dov'è tuo fratello?".
Israele ha commeso un crimine orrendo assaltando le navi che volevano attraccare al porto di Gaza per portare aiuto e uccidendo 10 persone. Soprattutto un crimine inutile. Violenza gratuita. In totale spregio del diritto internaizonale e del valore della vita umana. Esattamente come i terroristi dell'integralismo islamico quando si fanno esplodere sugli autobus; nei supermercati; nelle strade affollate. E nulla cambia il sospetto che su quelle navi ci potessero essere armi. Infinite erano le possibilità di scoprirlo senza causare un massacro.
"Chiediamo l'immediata liberazione dei pacifisti arrestati, rottura immediata dell'embargo cominciando dagli aiuti che le navi portavano da ogni parte del mondo. E poi sanzioni economiche e un'inchiesta internazionale per un crimine che poteva e doveva essere evitato". (Pax Christi Italia)
"L'assalto alle navi delle Ong è un fatto di assoluta gravità. Israele deve rispondere alla comunità internazionale di quello che è successo. Il sangue versato soffoca le prospettive di pace e minaccia di accendere i fuochi della tensione e dell'odio. Il risarcimento di un fatto così grave può essere ricercato solo, da parte del governo Netanyahu, in un gesto di pace coraggioso, visibile e sincero, un gesto che fino ad oggi non ha saputo né voluto fare".(Pierluigi Bersani)
Nessuno può, in coscienza, affermare che la situazione in Medio Oriente sia di semplice composizione. Non si superano con buone parole odi e diffidenze sedimentate nei decenni. Ne si convertono alla pace in poco tempo generazioni che hanno visto solo guerra. Da una parte e dall'altra.
Ma al popolo della Bibbia non sfuggirà sicuramente la tremenda domanda di Dio: "Caino, dov'è tuo fratello?".
giovedì 22 aprile 2010
La prima volta dell’impedito
E venne quel giorno. Anche per Berlusconi. Per la prima volta contestato. Accusato. Segnato a dito. In pubblico. Costretto a difendersi e a contrattaccare. Maldestramente. Non da un avversario politico. Non da uno al quale può dare del comunista. O del cattocomunista. Ma dal fondatore, assieme a lui, del medesimo partito. Ora terza carica dello Stato.
Il confronto è stato duro. A tratti aspro e perfino sgarbato. “Devi lasciare”. “Che fai, mi cacci?”. Al momento non sappiamo dove porterà. Non sappiamo se quella di Fini è strategia o più modestamente tattica. Certo 11 contrari e un astenuto sul documento finale non danno ragione di quanto accaduto. Perchè nulla sarà più come prima. Dentro il PdL e non solo. E probabilmente, di Fini, sentiremo parlare ancora a lungo.
Non basterà un altro predellino per ridare smalto all’azione del Presidente del Consiglio. La direzione nazionale di oggi ha reso il PdL meno distante da un partito normale. E per questo ha segnato una tappa irreversibile nella parabola discendente di Silvio Berlusconi. Un avvicinamento verso la sua uscita di scena. Perchè Berlusconi non può tollerare un altrpo da se che la pensi diversmante da lui. E lo obblighi ad un dibattito pubblico.
Sapranno, gli italiani, trarre opportune conseguenze dallo spettacolo indecoroso andato in scena oggi? Saprà il PD farne tesoro?
Il confronto è stato duro. A tratti aspro e perfino sgarbato. “Devi lasciare”. “Che fai, mi cacci?”. Al momento non sappiamo dove porterà. Non sappiamo se quella di Fini è strategia o più modestamente tattica. Certo 11 contrari e un astenuto sul documento finale non danno ragione di quanto accaduto. Perchè nulla sarà più come prima. Dentro il PdL e non solo. E probabilmente, di Fini, sentiremo parlare ancora a lungo.
Non basterà un altro predellino per ridare smalto all’azione del Presidente del Consiglio. La direzione nazionale di oggi ha reso il PdL meno distante da un partito normale. E per questo ha segnato una tappa irreversibile nella parabola discendente di Silvio Berlusconi. Un avvicinamento verso la sua uscita di scena. Perchè Berlusconi non può tollerare un altrpo da se che la pensi diversmante da lui. E lo obblighi ad un dibattito pubblico.
Sapranno, gli italiani, trarre opportune conseguenze dallo spettacolo indecoroso andato in scena oggi? Saprà il PD farne tesoro?
martedì 13 aprile 2010
Intorno al 25 aprile
Tra circa due settimane è di nuovo 25 aprile e tutti ricordiamo cosa è accaduto l’anno scorso. Dopo averla disertata per anni, Berlusconi si è impadronito della festa, presentandosi quasi partigiano tra i partigiani. E ha pronunciato parole apprezzate da tutte le parti politiche. La prima e direi ultima volta, a mio gusto, in cui ha dato qualche segnale di vera levatura di statista. Poi sono arrivati la D’Addario e il codazzo di scandali bipartisan che hanno depresso la scena negli ultimi mesi, e il ricordo di quel discorso si è rapidamente perduto. Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare del perché il 25 aprile non esercita più adeguato fascino sulle coscienze degli italiani. Cosa innegabile e più volte annotata dagli osservatori delle nostre vicende. Ecco dunque alcune radici - storiche, culturali e ideologiche - dell’attuale situazione.
Primo. Il 25 aprile maturò in una parte d’Italia precisa e limitata. Nella primavera del 1945 gran parte del paese respirava già un clima nuovo e rimase completamente estraneo alle vicende che infiammavano la Pianura Padana.
Secondo. Il 25 aprile è la festa della Liberazione dall’occupazione nazifascista: poiché la storia alla lunga non mente, è difficile nascondere che quella liberazione coincise con la peggiore sconfitta militare e le più grandi devastazioni che il nostro paese avesse mai subito. Non è piacevole ricordarlo.
Terzo. La Resistenza ebbe il ruolo di comprimario. Affiancò con il suo sacrificio le truppe anglo-americane, senza le quali i tedeschi non sarebbero mai stati cacciati. Nessuno storico serio si azzarderebbe oggi a negare ciò.
Quarto. Nella Resistenza italiana erano rappresentate, seppure in diversa misura, tutte le tendenze politiche. Cattolici, azionisti, comunisti, monarchici, liberali, socialisti, persino anarchici: tutti diedero il loro prezioso contributo. Ma nei decenni successivi questa realtà faticò a emergere e via via se ne perse la cognizione. Furono soprattutto i comunisti, egemoni culturalmente, a fare della Resistenza uno dei punti forti del proprio apparato ideologico e propagandistico. Con questo effetto: che la Resistenza è diventata indigesta a moltissimi.
Quinto. Molti combatterono dall’altra parte e quella che combatterono fu una guerra civile: anche questo è ormai definito. Non potevano riconoscersi nella vittoria dei loro avversari. E i loro discendenti politici non vi si possono riconoscere oggi.
Sesto e più importante di tutti. Molti non combatterono affatto, né dall’una né dall’altra parte. È la famosa «zona grigia» in cui si collocò la maggioranza degli italiani, in attesa degli eventi. Superficiale era stata la loro adesione al mussolinismo di guerra, superficiale fu, dopo, la loro adesione ai nuovi miti della Repubblica.
Il 25 aprile è festa nazionale e una festa nazionale è per definizione una festa della nazione. La nazione è la comunità di uomini e donne uniti dalla lingua, dalla cultura, dalle tradizioni e dalle vicende storiche. Non formano passivamente la nazione, non sono iscritti ad essa d’ufficio, non basta l’atto di nascita per appartenervi. Abbiamo una nazione quando uomini e donne si riconoscono nei tanti fattori che li legano, quando formano appunto una comunità. Su tale base e sulla scorta degli elementi prima enumerati è facile capire perché il 25 aprile non susciti negli italiani la passione che molti vorrebbero. Una larga parte dei nostri concittadini, e forse la parte maggiore, non lo riconosce come elemento fondante della nazione. Nega il valore morale e rigenerante della Resistenza. E di conseguenza non reputa il 25 aprile elemento costitutivo dell’identità italiana. Per questo lo vive male o con indifferenza.
Quando arriverà - immagino da destra - la proposta provocatoria di degradare il 25 aprile e depennarlo dalla lista delle feste nazionali?
Primo. Il 25 aprile maturò in una parte d’Italia precisa e limitata. Nella primavera del 1945 gran parte del paese respirava già un clima nuovo e rimase completamente estraneo alle vicende che infiammavano la Pianura Padana.
Secondo. Il 25 aprile è la festa della Liberazione dall’occupazione nazifascista: poiché la storia alla lunga non mente, è difficile nascondere che quella liberazione coincise con la peggiore sconfitta militare e le più grandi devastazioni che il nostro paese avesse mai subito. Non è piacevole ricordarlo.
Terzo. La Resistenza ebbe il ruolo di comprimario. Affiancò con il suo sacrificio le truppe anglo-americane, senza le quali i tedeschi non sarebbero mai stati cacciati. Nessuno storico serio si azzarderebbe oggi a negare ciò.
Quarto. Nella Resistenza italiana erano rappresentate, seppure in diversa misura, tutte le tendenze politiche. Cattolici, azionisti, comunisti, monarchici, liberali, socialisti, persino anarchici: tutti diedero il loro prezioso contributo. Ma nei decenni successivi questa realtà faticò a emergere e via via se ne perse la cognizione. Furono soprattutto i comunisti, egemoni culturalmente, a fare della Resistenza uno dei punti forti del proprio apparato ideologico e propagandistico. Con questo effetto: che la Resistenza è diventata indigesta a moltissimi.
Quinto. Molti combatterono dall’altra parte e quella che combatterono fu una guerra civile: anche questo è ormai definito. Non potevano riconoscersi nella vittoria dei loro avversari. E i loro discendenti politici non vi si possono riconoscere oggi.
Sesto e più importante di tutti. Molti non combatterono affatto, né dall’una né dall’altra parte. È la famosa «zona grigia» in cui si collocò la maggioranza degli italiani, in attesa degli eventi. Superficiale era stata la loro adesione al mussolinismo di guerra, superficiale fu, dopo, la loro adesione ai nuovi miti della Repubblica.
Il 25 aprile è festa nazionale e una festa nazionale è per definizione una festa della nazione. La nazione è la comunità di uomini e donne uniti dalla lingua, dalla cultura, dalle tradizioni e dalle vicende storiche. Non formano passivamente la nazione, non sono iscritti ad essa d’ufficio, non basta l’atto di nascita per appartenervi. Abbiamo una nazione quando uomini e donne si riconoscono nei tanti fattori che li legano, quando formano appunto una comunità. Su tale base e sulla scorta degli elementi prima enumerati è facile capire perché il 25 aprile non susciti negli italiani la passione che molti vorrebbero. Una larga parte dei nostri concittadini, e forse la parte maggiore, non lo riconosce come elemento fondante della nazione. Nega il valore morale e rigenerante della Resistenza. E di conseguenza non reputa il 25 aprile elemento costitutivo dell’identità italiana. Per questo lo vive male o con indifferenza.
Quando arriverà - immagino da destra - la proposta provocatoria di degradare il 25 aprile e depennarlo dalla lista delle feste nazionali?
sabato 10 aprile 2010
Destra e sinistra: quando l'etica è zoppa (da Mattia Cattaneo)
Riparto dal post di Mattia dal medesimo titolo, che invito a leggere cliccando il link a destra nella home page di Zone di Confine. Mattia stigmatizza l'incoerenza presente sia a destra che a sinistra nel rapporto tra etica sociale ed etica della vita, sancite indivisibili dalla CEI e dal magistero della Chiesa. La destra si mostra incoerente nel difendere l'etica della vita e nel non praticare alcuna etica sociale (difende l'ostentazione del crocifisso, tratta i migranti come bestie, dice Mattia). La sinistra pratica un'etica sociale ma non difende l'etica della vita (accoglie i barconi di disperati, è a favore dell'aborto, dice sempre Mattia). Sia a destra che a sinistra ci sono molti politici cattolici, per la verità più a detra che a sinistra. Ma questo è un fatto marginale. Il punto è un altro: la diaspora democristiana ha prodotto un vuoto politico - culturale di pensiero, prima ancora che di consenso. Nessuno ha nostalgia della DC, soprattutto delle sue incoerenze e dei suoi difetti. Ma alla politica, alle istituzioni ed alla società italiana manca la presenza forte, determinante e condizionante di una formazione politica di chiara e non mascherata impostazione culturale cattolica. Non confessionale, certamente laica, ma di dichiarata ispiriazione cattolica. Una formazione che senza dover rendere conto e fare concesssioni a componenti interne di stampo liberal, radical-chic, progressiste, conservatrici, possa praticare senza timore sia la difesa della vita (declinata nei suoi molteplici aspetti), sia la difesa di un'etica sociale adeguata alle sfide di oggi e di domani.
Pietro Insinnamo
Pietro Insinnamo
venerdì 9 aprile 2010
Federalismo shock per il bilancio dello Stato
Ho sentito il prof. Galli, ordinario di storia delle dottrine politiche, affermare che il vantaggio del federalismo fiscale consiste nel far coincidere nelle Regioni e nei Comuni i centri di spesa con i centri di prelievo. Questa circostanza poi, secondo il professore, attiverebbe dei meccanismi delatori che funzionerebbero a livello locale da disincentivo all'evasione fiscale. Credo che, restando nel campo del confronto tra opinioni diverse, ci siano argomenti per dissentire. Due in particolare: l'attività di prelievo risulta essere più efficiente se organizzata sulla grande scala; la moltiplicazione dei centri di prelievo produrrebbe una esplosione di costi non controllati. Per quanto riguarda le attività di prelievo dobbiamo intenderci: una cosa è la riscossione, altra cosa è la titolarità del gettito. Gestire il prelievo in modo accentrato, quindi con una unica struttura di riscossione (composta da un complesso sistema fatto di flussi documentali, dichiarazioni, controlli, analisi ed elaborazione dei dati, ecc...), non significa necessariamente accentrare anche la titolarità di quel gettito e quindi la potestà decisionale che lo riguarda. Resta comunque possibile distribuire il potere decisionale secondo criteri tutti da definire. Casomai sarebbe più interessante ridefinire gli equilibri negoziali tra Centro e Periferia, tra Stato e Regione, rendendo ad esempio più contendibile proprio quel potere decisionale e quella titolarità delle somme riscosse che oggi sono ben saldi nelle mani dello Stato centrale. Il federalismo fiscale rappresenta una seria minaccia per l'equilibrio di bilancio dello Stato. Centri di spesa e centri di prelievo possono continuare a risiedere in posti diversi. Le Regioni sappiano porre in modo serio la questione politica ed istituzionale della maggiore disponibilità di gettito di loro competenza.
Pietro Insinnamo
Pietro Insinnamo
giovedì 1 aprile 2010
I geni della finanza ladrona
Il bilancio consuntivo 2009 della Provincia si è chiuso con un avanzo economico di 18,83 milioni, quasi l’esatto opposto del risultato 2008, quando il disavanzo è stato di 18,30 milioni, nonostante le condizioni economiche reali della Provincia non siano cambiate da un anno all’altro. Come dire che quando non si può cambiare la realtà si cambia la sua rappresentazione. Nel 2009 una alta percentuale di costi che erano previsti nei conti dell’anno è stata rinviata “contabilmente” al 2010 e un possibile disavanzo è diventato un “Avanzo di amministrazione”. Questo è stato fatto per rispettare il Patto di Stabilità: la rappresentazione formale della difficile condizione in cui si trova il nostro Paese. Il debito pubblico ha superato il livello di guardia e per tenerlo sotto controllo il Governo ha stabilito che gli Enti locali, abituati a vivere a debito, non possono spendere più di quanto incassano. Per questa via, pensa il Governo, il debito deve per forza diminuire. È evidente che con un vincolo così solenne si sta per forza nelle regole! Nel 2009 la Provincia si è trovata a dovere fronteggiare scadenze verso i fornitori per 85,00 milioni di euro e insieme rimborsare le rate annuali dei debiti accumulati. Naturalmente non c’erano soldi a sufficienza e , quindi, si è fatto ricorso a nuovi debiti. È ancora più evidente che senza soldi, le regole che non si possono rispettare si aggirano: il debito della Provincia, infatti, è cresciuto fino ad arrivare al triplo delle entrate correnti. Intanto la crisi causata non dai lavoratori ma dalle Banche, produce “deficit” correnti: nelle casse della Provincia entra, ogni anno, meno di quanto esce. Si producono nuovi debiti come “onde che si accavallano l’una sull’altra. Finchè inevitabilmente si infrangono sulla riva. È l’epopea dei geni della finanza ladrona…!!! "( G.Ruffolo). Si dovrebbe riflettere prima che sulle regole, che andrebbero comunque rispettate, sulla realtà delle cose per scrivere quel nuovo progetto sociale che aspettiamo da tanto dalla sinistra.
Mario Santo
Mario Santo
lunedì 29 marzo 2010
Uscire dal nido
La Veglia in Traditione Symboli ripropone un rito antico della tradizione cristiana, quando il battesimo veniva conferito in età adulta. Nel corso della sua omelia per l’occasione, sabato 27 marzo, il card. Tettamanzi ha toccato temi di ampia rilevanza sociale. E politica. Per nulla confinabile ai credenti.
A urne ancora aperte, ne riporto alcuni brani per tornare a stimolare il confronto su questo blog dopo le fasi, concitate ma interessanti, della recente campagna elettorale.
“(…) Il nido potrebbe essere la propria famiglia, le amicizie ristrette, il gruppo alla pari. Tutto quello che non chiede grosse responsabilità, non spinge al confronto e non espone a rischi. Ma questo nido potrebbe anche essere la propria comunità o il gruppo nel quale si sta bene, si ragiona tutti allo stesso modo, si fa quello che ci fa sentire a posto. È facile stare dentro lì, magari anche fino all’età adulta, piuttosto che sostenere la complessità che ci circonda e affrontare il rischio di delusioni o di fallimenti. Questo nido potrebbe anche essere quello di un’esperienza di fede privata ed intimista, di una spiritualità chiusa e ripiegata su se stessa, che genera una pace interiore ma non diventa profezia per il mondo.
(…) Qualche volta, certamente, vi siete chiesti: “Ma chi me lo fa fare?”. Sì, vi capisco, ma oso ripetere: non rintanatevi! Coltivate il desiderio di mettervi in gioco accettando le sfide del mondo. Non fatevi intimorire dalle difficoltà.
(…)I problemi e le attese del mondo vi interpellino e vi scuotano. Sentitevene responsabili. C’è bisogno di gente onesta che non cerchi soltanto il proprio interesse. C’è bisogno di gente autentica e sincera, non preoccupata di un’apparenza che nasconda poi tanto marciume. C’è bisogno di giovani disposti a fare fatica per ottenere risultati e successi e non giovani pronti a raggiungerli mediante compromessi, favori e raccomandazioni. C’è bisogno di una generazione capace di essere tollerante, forte nel dialogo e nel confronto, capace di apprezzare le diversità. C’è bisogno di uomini e donne che sappiano costruire un tessuto di legalità e di riconciliazione, che sappiano mettersi dalla parte dei poveri, degli stranieri, di chi è emarginato, solo e senza speranza. Non piegatevi all’economia della competizione ma costruite quella della solidarietà. Cercate il bene comune.”
A urne ancora aperte, ne riporto alcuni brani per tornare a stimolare il confronto su questo blog dopo le fasi, concitate ma interessanti, della recente campagna elettorale.
“(…) Il nido potrebbe essere la propria famiglia, le amicizie ristrette, il gruppo alla pari. Tutto quello che non chiede grosse responsabilità, non spinge al confronto e non espone a rischi. Ma questo nido potrebbe anche essere la propria comunità o il gruppo nel quale si sta bene, si ragiona tutti allo stesso modo, si fa quello che ci fa sentire a posto. È facile stare dentro lì, magari anche fino all’età adulta, piuttosto che sostenere la complessità che ci circonda e affrontare il rischio di delusioni o di fallimenti. Questo nido potrebbe anche essere quello di un’esperienza di fede privata ed intimista, di una spiritualità chiusa e ripiegata su se stessa, che genera una pace interiore ma non diventa profezia per il mondo.
(…) Qualche volta, certamente, vi siete chiesti: “Ma chi me lo fa fare?”. Sì, vi capisco, ma oso ripetere: non rintanatevi! Coltivate il desiderio di mettervi in gioco accettando le sfide del mondo. Non fatevi intimorire dalle difficoltà.
(…)I problemi e le attese del mondo vi interpellino e vi scuotano. Sentitevene responsabili. C’è bisogno di gente onesta che non cerchi soltanto il proprio interesse. C’è bisogno di gente autentica e sincera, non preoccupata di un’apparenza che nasconda poi tanto marciume. C’è bisogno di giovani disposti a fare fatica per ottenere risultati e successi e non giovani pronti a raggiungerli mediante compromessi, favori e raccomandazioni. C’è bisogno di una generazione capace di essere tollerante, forte nel dialogo e nel confronto, capace di apprezzare le diversità. C’è bisogno di uomini e donne che sappiano costruire un tessuto di legalità e di riconciliazione, che sappiano mettersi dalla parte dei poveri, degli stranieri, di chi è emarginato, solo e senza speranza. Non piegatevi all’economia della competizione ma costruite quella della solidarietà. Cercate il bene comune.”
lunedì 8 febbraio 2010
La sobrietà del Celeste (di Mattia Cattaneo)
Sabato 6 febbraio, Cassano Magnago. Inaugurazione del cantiere della Pedemontana: una tensostruttura costruita per l’occasione, una strada realizzata solo per questa giornata, musica, balli e naturalmente lui, il “celeste”, Roberto Formigoni. Costo della scenografia: 300.000 euro.
Domenica 7 febbraio, messaggio dei vescovi italiani in occasione della “giornata per la vita”: “Il benessere economico non è un fine, ma un mezzo, il cui valore è determinato dall’uso che se ne fa: è a servizio della vita, ma non è la vita. Quando, anzi, pretende di sostituirsi alla vita e di diventarne la motivazione, si snatura e si perverte. Anche per questo Gesù ha proclamato beati i poveri e ci ha messo in guardia dal pericolo delle ricchezze. Alla sua sequela e testimoniando la libertà del Vangelo, tutti siamo chiamati a uno stile di vita sobrio, che non confonde la ricchezza economica con la ricchezza di vita”.
Cosa c’entra l’inaugurazione (una delle tante) organizzata da Formigoni con il messaggio dei vescovi che invitano, come ha spesso fatto ultimamente il cardinale Tettamanzi, alla sobrietà ?
Nulla, non c’entra nulla.
Appunto. Le azioni politiche di Formigoni, cattolico, cattolicissimo, anzi “celeste”, non c’entrano nulla con il messaggio dei vescovi.
E’ così da 15 anni.
Domenica 7 febbraio, messaggio dei vescovi italiani in occasione della “giornata per la vita”: “Il benessere economico non è un fine, ma un mezzo, il cui valore è determinato dall’uso che se ne fa: è a servizio della vita, ma non è la vita. Quando, anzi, pretende di sostituirsi alla vita e di diventarne la motivazione, si snatura e si perverte. Anche per questo Gesù ha proclamato beati i poveri e ci ha messo in guardia dal pericolo delle ricchezze. Alla sua sequela e testimoniando la libertà del Vangelo, tutti siamo chiamati a uno stile di vita sobrio, che non confonde la ricchezza economica con la ricchezza di vita”.
Cosa c’entra l’inaugurazione (una delle tante) organizzata da Formigoni con il messaggio dei vescovi che invitano, come ha spesso fatto ultimamente il cardinale Tettamanzi, alla sobrietà ?
Nulla, non c’entra nulla.
Appunto. Le azioni politiche di Formigoni, cattolico, cattolicissimo, anzi “celeste”, non c’entrano nulla con il messaggio dei vescovi.
E’ così da 15 anni.
venerdì 5 febbraio 2010
Destra Sinistra & Cattolici (di Mario Santo)
Leggo una intervista a Carlo Galli autore del libro : “ Perché ancora Destra e Sinistra”, edito da Laterza. L’intervistatore chiede se ha ancora senso la coppia destra sinistra. L’intervistato conferma l’esistenza di una differenza: la destra, dice, considera la realtà come un disordine che impone di adattarsi in ogni modo ai rischi e ai pericoli sempre insorgenti. La sinistra, invece, vorrebbe centrare la politica su un set di valori inderogabili, cha hanno come riferimento l’umanesimo moderno. Il riferimento a valori inderogabili, mi richiama altre letture. Frédéric Lenoir , nel libro “ Le Christ Philosophe dice: “ la Bibbia promuove la dignità dell’uomo creato ad immagine di Dio, ma lega l’individuo inscindibilmente al gruppo di appartenenza, il popolo eletto”. La stessa cosa fanno i greci classici che privilegiano la città rispetto all’individuo. Ed è attraverso i greci, spiega Lenoir, che emergerà la concezione filosofica della “persona”, decisiva per la comprensione dell’idea cristiana dell’essere umano e della sua dignità. La dignità del singolo è legata alla solidarietà del gruppo. A che punto siamo? Siamo nel pieno della grande crisi finanziaria ed economica che ha già prodotto milioni di disoccupati. A me pare che la crisi sia sopraggiunta al termine di un cambiamento culturale che ha indebolito l’idea di persona e il suo vincolo di solidarietà di gruppo.
E i cattolici dove sono? Mi sembra che siano, nella grande maggioranza, a destra. Guardano ad un mondo “ che non è a misura di uomo, ma di altre entità che lo sovrastano e gli dettano legge e a cui si deve adattare: il mercato, la competizione geopolitica, l’identità culturale…” ( C.Galli). Il cardinale Martini, interrogato su quale fosse, oggi, il peccato del mondo ha risposto : l’ingiustizia. Ovvero la mancanza di solidarietà.
E i cattolici dove sono? Mi sembra che siano, nella grande maggioranza, a destra. Guardano ad un mondo “ che non è a misura di uomo, ma di altre entità che lo sovrastano e gli dettano legge e a cui si deve adattare: il mercato, la competizione geopolitica, l’identità culturale…” ( C.Galli). Il cardinale Martini, interrogato su quale fosse, oggi, il peccato del mondo ha risposto : l’ingiustizia. Ovvero la mancanza di solidarietà.
L'impedimento e l'aspettativa
Impedimento e aspettativa
Chi è avvezzo ad occuparsi di rapporti di lavoro sa cos'è un'aspettativa: un periodo di tempo durante il quale il lavoratore sta assente per una ragione specifica (solitamente gravi motivazioni familiari, impedimento a svolgere la prestazione per ragioni di salute o conseguentemente ad una gravidanza), durante il quale non percepisce retribuzione e non matura anzianità. L'aspettativa ha sul rapporto di lavoro un effetto sospensivo e non estintivo. Presupposto dell'assenza è un impedimento (normato dai contratti) a svolgere per un prolungato periodo di tempo, comunque determinato, la prestazione lavorativa.
Differimento dei processi, no estinzione
La norma approvata dalla Camera dei Deputati del c.d. del "legittimo impedimento" evoca nella mia mente il concetto dell'aspettativa. laddove per periodo di assenza deve intendersi l'oggettiva impossibilità per il presidente del consiglio e per i ministri a persenziare alle udienze in costanza di incarico ministeriale. Come l'aspettativa non estingue il rapporto di lavoro, così il legittimo impedimento non estingue i procedimenti giudiziari. Come l'aspettativa sospende la decorrenza dell'aznianità di servizio, così il legittimo impedimento sospende (facendone salvi i benefici effetti di ordine giudiziario) la decorrenza dei termini di prescrizione. Diciamo per semplicità che la norma del legittimo impedimento costituisce, sotto il profilo tecnico, un differimento dello svolgimento dei processi senza lesione dell'ordinamento giuridico e delle funzioni giudiziarie.
La valutazione politica
Altra cosa è il significato politico. Sotto il profilo politico ritengo che il giudizio su questa norma vada inquadrato in un contesto più complesso che si compone da un lato della scure del c.d. processo breve, vera mannaia e tragedia politica da evitare con ogni forza ed espediente, dall'altro dell'iter di modifica della Costituzione relativamente all'approvazione del c.d. lodo Alfano bis. Sul punto credo che una riflessione seria sull'opportunità di rimuovere situazioni di incompatibilità tra processi giudiziari e funzioni di governo vada fatta, agendo ad esempio sui tempi dei processi che vedono come attori esponenti del governo. Non mi sembra deprecabile il principio secondo cui il presidente del consiglio possa definire l'agenda di governo prescindendo dal calendario delle udienze che lo riguardano. Certo che il principio dovrebbe valere, e in effetti nel testo di legge è così previsto, sia per i procedimenti (penali) che vedono il presidente del consiglio, o un ministro, comparire come imputato, sia come attore (parte lesa). Mi spiego meglio: se il presidente è oggettivamente impedito a presenziare in udienza, lo è anche quando dovrebbe avviare procedimenti giudiziari che lo vedono come accusatore e non solo per difendersi. Non è un dettaglio da trascurare. A conclusione di questo ragionamento mi chiedo: è opportuno che un cittadino con numerosi procedimenti giudiziari in corso faccia il presidente del consiglio? Forse sarebbe meglio evitare... no?
Chi è avvezzo ad occuparsi di rapporti di lavoro sa cos'è un'aspettativa: un periodo di tempo durante il quale il lavoratore sta assente per una ragione specifica (solitamente gravi motivazioni familiari, impedimento a svolgere la prestazione per ragioni di salute o conseguentemente ad una gravidanza), durante il quale non percepisce retribuzione e non matura anzianità. L'aspettativa ha sul rapporto di lavoro un effetto sospensivo e non estintivo. Presupposto dell'assenza è un impedimento (normato dai contratti) a svolgere per un prolungato periodo di tempo, comunque determinato, la prestazione lavorativa.
Differimento dei processi, no estinzione
La norma approvata dalla Camera dei Deputati del c.d. del "legittimo impedimento" evoca nella mia mente il concetto dell'aspettativa. laddove per periodo di assenza deve intendersi l'oggettiva impossibilità per il presidente del consiglio e per i ministri a persenziare alle udienze in costanza di incarico ministeriale. Come l'aspettativa non estingue il rapporto di lavoro, così il legittimo impedimento non estingue i procedimenti giudiziari. Come l'aspettativa sospende la decorrenza dell'aznianità di servizio, così il legittimo impedimento sospende (facendone salvi i benefici effetti di ordine giudiziario) la decorrenza dei termini di prescrizione. Diciamo per semplicità che la norma del legittimo impedimento costituisce, sotto il profilo tecnico, un differimento dello svolgimento dei processi senza lesione dell'ordinamento giuridico e delle funzioni giudiziarie.
La valutazione politica
Altra cosa è il significato politico. Sotto il profilo politico ritengo che il giudizio su questa norma vada inquadrato in un contesto più complesso che si compone da un lato della scure del c.d. processo breve, vera mannaia e tragedia politica da evitare con ogni forza ed espediente, dall'altro dell'iter di modifica della Costituzione relativamente all'approvazione del c.d. lodo Alfano bis. Sul punto credo che una riflessione seria sull'opportunità di rimuovere situazioni di incompatibilità tra processi giudiziari e funzioni di governo vada fatta, agendo ad esempio sui tempi dei processi che vedono come attori esponenti del governo. Non mi sembra deprecabile il principio secondo cui il presidente del consiglio possa definire l'agenda di governo prescindendo dal calendario delle udienze che lo riguardano. Certo che il principio dovrebbe valere, e in effetti nel testo di legge è così previsto, sia per i procedimenti (penali) che vedono il presidente del consiglio, o un ministro, comparire come imputato, sia come attore (parte lesa). Mi spiego meglio: se il presidente è oggettivamente impedito a presenziare in udienza, lo è anche quando dovrebbe avviare procedimenti giudiziari che lo vedono come accusatore e non solo per difendersi. Non è un dettaglio da trascurare. A conclusione di questo ragionamento mi chiedo: è opportuno che un cittadino con numerosi procedimenti giudiziari in corso faccia il presidente del consiglio? Forse sarebbe meglio evitare... no?
mercoledì 3 febbraio 2010
Perchè Silvio sia sereno
La Camera dei Deputati ha approvato oggi il cd “legittimo impedimento”, un provvedimento in virtù del quale Silvio Berlusconi starà lontano dai tribunali per 18 mesi. Il tempo di approvare il cd Lodo Alfano/2 – la vendetta (contro la Corte Costituzionale).
E’ una vicenda che non mi sorprende. Poteva un parlamento di cooptati ribellarsi al volere del cooptante? Realisticamente non poteva. Eticamente si. Ma questa è un’altra storia.
Di questa vicenda, però, mi addolora il comportamento degli amici dell’UDC. Con i quali ho sempre creduto di condividere molti fondamenti etici. Oggi facciamo scelte diverse. Non sull’opportunità del ponte di Messina o degli incentivi all’automotive. Ma su un valore tanto laico quanto sacro: l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Le motivazioni di Casini, Vietti e soci non mi hanno convinto. Per nulla.
Di questa vicenda, infine, mi lascia basito il richiamo al “sereno svolgimento” delle sue attività di Silvio e dei suoi Ministri. Già, perché il testo approvato afferma che solo se impediti per legge a comparire davanti ad un giudice potranno governare sereni. Non considero un aspetto marginale questo uso mistificante di una parola tanto impegnativa. Ha ricordato in aula Rosy Bindi che Tommaso Moro e Bonhoeffer andarono verso il martirio sereni. Che Sandro Pertini colse la serenità nel volto di Bachelet ucciso dalle Brigate Rosse. Che, come afferma il salmista, un bambino è sereno come quando è nel grembo della propria madre o è affidato a lei. Nulla a che vedere con le vicende processuali di Silvio Berlusconi.
E’ una vicenda che non mi sorprende. Poteva un parlamento di cooptati ribellarsi al volere del cooptante? Realisticamente non poteva. Eticamente si. Ma questa è un’altra storia.
Di questa vicenda, però, mi addolora il comportamento degli amici dell’UDC. Con i quali ho sempre creduto di condividere molti fondamenti etici. Oggi facciamo scelte diverse. Non sull’opportunità del ponte di Messina o degli incentivi all’automotive. Ma su un valore tanto laico quanto sacro: l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge. Le motivazioni di Casini, Vietti e soci non mi hanno convinto. Per nulla.
Di questa vicenda, infine, mi lascia basito il richiamo al “sereno svolgimento” delle sue attività di Silvio e dei suoi Ministri. Già, perché il testo approvato afferma che solo se impediti per legge a comparire davanti ad un giudice potranno governare sereni. Non considero un aspetto marginale questo uso mistificante di una parola tanto impegnativa. Ha ricordato in aula Rosy Bindi che Tommaso Moro e Bonhoeffer andarono verso il martirio sereni. Che Sandro Pertini colse la serenità nel volto di Bachelet ucciso dalle Brigate Rosse. Che, come afferma il salmista, un bambino è sereno come quando è nel grembo della propria madre o è affidato a lei. Nulla a che vedere con le vicende processuali di Silvio Berlusconi.
Fuori dal PD, fuori dal centrosinistra
Ho lasciato il Partito Democratico da più di un anno, a termine di una riflessione personale durata qualche mese e quindi in modo convinto e motivato, per tre ragioni toccate con mano e per esperienza diretta: il Pd è un partito strutturalmente composto da militanti e dirigenti quasi esclusivamente provenienti dal mondo della sinistra (progressista, post – sessantottina, post – comunista, ecc.) e per tale ragione oggettivamente impedito nell’allargamento della propria base culturale di riferimento se non attraverso processi di annessione politica; il Pd è un partito votato quasi esclusivamente dall’elettorato di sinistra e per tale ragione principale se non unico interprete e referente della domanda di “politica di sinistra” che comunque esiste in questo Paese, seppur con una distribuzione geografica disomogenea e con numeri complessivi inferiori a quelli della maggioranza dell’elettorato; il Pd da quando è nato non ha mai dato segnali di volere mutare il proprio legittimo codice genetico di partito fatto da persone di sinistra che vuole e vogliono stare a sinistra, seppur in un contesto di centrosinistra (ma con una peso marginale e residuale della parte centrale), scegliendo alleati lontani anni luce dalla tradizione politica cattolica e popolare come i Radicali e l’IdV. Avevo scommesso sulla capacità del Pd e di tutti coloro provenienti dalla sinistra di sapere cambiare pelle e dare vita ad un partito centrale nella storia politica e nella società italiana, ho preso atto che così non è. Il Pd è il partito della sinistra italiana del terzo millennio, per altro in modo legittimo e con tutto il diritto di esserlo. Semplicemente non è il mio partito, io non sono di sinsitra. Semplicemente sono giunto alla conclusione che l’idea di riunire il centrosinistra senza trattino tutto in un partito sia fallita. Per tale ragione credo che uscire dal Pd significhi anche uscire dal centrosinistra.
Iscriviti a:
Post (Atom)