«È venuto il momento che l’Italia si dia una seria politica industriale nel quadro europeo secondo le grandi coordinate dell’integrazione europea». Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica.
Ma cos'è una politica industriale? Si sa, gli industriali sono allergici alla politica, la vedono come soggetto sconosciuto dalle sembianze mostruose e non molto amiche. E spesso è vero anche il contrario; cioè i politici non sono molto amici dell'industria. Quando si parla di politica industriale il pensiero corre facile a misure quali gli incentivi, gli aiuti di Stato alle grandi imprese o a specifici settori, ad iniziative di sostegno della domanda e dei consumi, ad istituti quali la cassa integrazione o la mobilità. Tutte misure "paraindustriali" che marcano semmai situazioni patologiche e non fisiologiche dell'industria, vendute dai governanti come "strumenti di politica industriale". Forse è per questo che gli industriali sono allergici alla politica.
Fare politica industriale non significa nominare un Ministro dello Sviluppo Economico. La politica industriale nasce e prende forma dentro le fabbriche, negli uffici di progettazione, nei rumorosi reparti produttivi, sui tavoli attorno ai quali si riuniscono manager ed industriali per decidere se e come investire risorse, quali e quanti beni produrre, quali e quanti lavoratori necessitano.
Gli industriali si fanno politica da sè.
Semmai hanno bisogno che la politica dia a loro condizioni di contesto idonee e favorevoli. Cito in questa sede solo due elementi: la cultura del lavoro industriale, le infrastrutture.
Anziutto si fa politica industriale se si favorisce la diffusione della cultura del lavoro industriale. Il lavoro nelle aziende industriali ha caratteristiche precise, orari, metodi, tempi, ritmi, tensioni, particolari. La vita di fabbrica e l'ambiente di fabbrica sono molti particolari. Fare politica industriale significa anzitutto favorire la presenza dei lavoratori all'interno di questo ambiente, facendone cogliere le sue caratteristiche peculiari senza avere la minima pretesa di snaturarne o omologarne i contenuti tipici.
In secondo luogo si fa politica industriale consentendo alle industrie di stare nel mondo globale restando dove sono. Saronno dista da Busto Arsizio pochi chilometri, ma è possibile impiegarci più di trenta minuti per percorrere questa distanza? Politica industriale significa merci che si spostano, persone che si spostano, macchine che si spostano. L'industria è sempre in movimento, quando le merci si fermano i cancelli si chiudono. Auguriamoci pertanto di avere sempre problemi di spostamento da risovlere e da girare alla politica.
Credo quindi che la questione non sia tanto la mancanza del Ministro.
L'industriale produce e vende i suoi beni a prescindere dall'esistenza di un Ministero dello Sviluppo Economico. Per fortuna. Se la politica avesse davvero interesse a favorire e rilanciare l'industria nel nostro Paese sentiremmo campagne formative nelle scuole che illustrano e spiegano come si lavora nelle fabbriche, avremmo condizioni infrastrutturali adeguate, avremmo maggiore disponibiltà di profili professionali specializzati di cui le industrie, quelle italiane, continuano ad avere bisogno. Per fortuna.
Pietro Insinnamo
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giovedì 2 settembre 2010
Un pò di verità sulla politica industriale
venerdì 27 agosto 2010
Semplicemente un uomo di industria
Invito a leggere l'intervento di Sergio Marchionne a Rimini.
Nell'affermazione "non sono un professore, non sono un economista e neanche lontamante un politico ma semplicemente un uomo di industria" c'è tutta la sostanza non compresa del progetto Fabbrica Italia. Fabbrica Italia non chiede di essere "politicamente" sostenuta, non chiede di essere "sindacalmente" digerita, non chiede di essere "accademicamente" motivata e studiata. Fabbrica Italia è un piano industriale, semplicemente un piano industriale per fare industria oggi e domani in Italia.
Fabbrica Italia: la buona notizia che questo Paese attende da anni, ormai decenni: la possiblità concreta (forse un dovere verso le future generazioni) di continuare a fare industria in Italia. Economia di trasformazione. Progettazione. Industrializzazione. Produzione di beni. Processi industriali di trasformazione fisico - tecnica. Impiego di materie prime. Ultimazione di semilavorati. Assemblaggi. Montaggi. Impianti, linee, controlli automatici. Manutenzioni. Implementazioni. Automazioni. Robotizzazioni. Tecnologia. Tanta tecnologia. Ricerca, innovazione. Tanta innovazione. Sviluppo industriale e organizzativo. Cambiamenti rapidi. Tanti cambiamenti. Dinamismo. Continuo. E tanto altro ancora. Semplicemente industria. Non roba da professori, nulla per economisti, nienete per politici e sindacalisti. Solo un'impresa complessa per semplici uomini di industria.
Pietro Insinnamo
Nell'affermazione "non sono un professore, non sono un economista e neanche lontamante un politico ma semplicemente un uomo di industria" c'è tutta la sostanza non compresa del progetto Fabbrica Italia. Fabbrica Italia non chiede di essere "politicamente" sostenuta, non chiede di essere "sindacalmente" digerita, non chiede di essere "accademicamente" motivata e studiata. Fabbrica Italia è un piano industriale, semplicemente un piano industriale per fare industria oggi e domani in Italia.
Fabbrica Italia: la buona notizia che questo Paese attende da anni, ormai decenni: la possiblità concreta (forse un dovere verso le future generazioni) di continuare a fare industria in Italia. Economia di trasformazione. Progettazione. Industrializzazione. Produzione di beni. Processi industriali di trasformazione fisico - tecnica. Impiego di materie prime. Ultimazione di semilavorati. Assemblaggi. Montaggi. Impianti, linee, controlli automatici. Manutenzioni. Implementazioni. Automazioni. Robotizzazioni. Tecnologia. Tanta tecnologia. Ricerca, innovazione. Tanta innovazione. Sviluppo industriale e organizzativo. Cambiamenti rapidi. Tanti cambiamenti. Dinamismo. Continuo. E tanto altro ancora. Semplicemente industria. Non roba da professori, nulla per economisti, nienete per politici e sindacalisti. Solo un'impresa complessa per semplici uomini di industria.
Pietro Insinnamo
venerdì 19 febbraio 2010
Questo liberismo non ci piace, meglio un sistema decentrato: è più umano
Il liberismo disumano
Il post dell'Amico Mario Santo mi sollecita una ulteriore riflessione, che muove dalle sue riflessioni e si congiunge a quelle riportate nel post "Gli intrecci tra politica e economia". Mario riprende il tema del nuovo modello di sviluppo e lo declina in termini di nuovo paradigma di democrazia, necessitato se non urgenziato dagli effetti drammatici che il modello liberista e individualista ha prodotto nel mondo, in particolare nel mondo del lavoro. Concordo pienamente sulla inadeguatezza del liberismo e dell'indvidualismo a generare virtuosi percorsi di sviluppo. Se libertà economica significa consentire a pochi ricchi finanzieri di condizionare, dai loro lussuosi uffici di New York con vista panoramica da ampie vetrate a piani alti a tre cifre, la vita di milioni di persone (lavoratori) ed altrettante famiglie, allora quella non è una libertà meritevole di tutela e anzi va opportunamente arginata, posta sotto tutela politica, ricondotta a più umani aspetti. Il liberismo (ma attenzione, anche certune accezioni di liberalismo a cui i nostrani progressisti non sono alieni ma anzi seguaci) ha al centro l'individuo come entità trascendente e superiore ad ogni altra creatura compresi i propri simili, non la persona umana guardata nella sua globalità e interezza e posta in relazione ad altre persone in un contesto di famiglia umana.
Sistema economico decentrato
Il modello economico nord americano è strutturalmente diverso da quello italiano ed europeo. In America un'azienda di 200 dipendenti è una bottega artigianale, meno di un reparto produttivo di una middle farm, molto meno di una strategic business unit. In Europa un'azienda di 200 dipendenti è una realtà industriale di piccole dimensioni, non rilevante nel contesto globale ma significativa nel quadro della governance locale. In Italia un'azienda di 200 dipendenti è una medio - grande impresa, che spesso sfama le famiglie di interi circondari, che compete con medio - grandi imprese globalizzate, che annovera tra i suoi clienti forti multinazionali. Nella differenza che assume la stessa entità economica nei diversi contesti geografici risiede tutta la diversità esistente tra il sistema italiano e quello statunitense, comprese anche le diversità tra i due modelli di sviluppo e di democrazia economica applicabile. In un tessuto industriale fatto di tante piccole imprese il potere decisionale è distribuito, non è concenrtato. Ci sono infatti tanti centri decisionali, ovvero il potere economico - decisionale è articolato e distirbuito nel territorio; non ci sono pochi manager che decidono per tanti lavoratori, ma tanti manager che ogni giorno prendono decisioni che riguardano complessivamente molti lavoratori, ma ognuno di essi ha dinnanzi a sè una platea di destinatari delle proprie politiche e strategie parziale e ridotta rispetto alla totalità dei lavoratori del sistema. In un sistema così articolato il rischio di abuso di potere economico e di distorsioni nell'utilizzo dello stesso è frazionato, in altri termini l'effetto o l'impatto di una decisione sbagliata se non addirittura contraria e lesiva dell'interesse generale è ridotto poichè circoscritto al perimetro entro il quale opera il manager che l'ha assunta. In Italia le piccole imprese assorbono più lavoratori delle grandi imprese, fino al punto da potere affermare che la crisi di una o più grandi imprese non coincide con la crisi del sistema economico. Le difficoltà di Fiat, i crack di Cirio e Parlamat non si sono tradotti in collassi di sistema. Il sistema economico italiano ha una pluralità di cuori pulsanti che gli consente di mantenersi vivo anche quando qualche grande arteria resta ostruita. Questo non accade negli Stati Uniti.
La coscenza sociale delle imprese
Concludo citando solamente un ultimo aspetto, non esaustivo della tematica ovviamente. La piccola dimensione spesso comporta un radicamento dell'impresa nel territorio, tangibile in termini di relazioni socio - economiche che l'imprenditore (spesso ex dipendente) e suoi collaboratori hanno con le istituzioni locali e la società nel suo complesso. I mercati del lavoro locali, ad esempio, sono spesso più ricchi e più virtuosi nella creazione di opportunità occupazionali e di percorsi di crescita professionale di quanto lo siano i mercati più professionalizzati o standardizzati (penso ad esempio al circuito della borsa del lavoro, che ancora non trova spazio nelle politiche di reclutamento delle aziende grandi e piccole). Le Agenzie per il Lavoro ad esempio operano attraverso una fitta rete di filiali locali e stabiliscono rapporti diretti a livello territoriale, anzichè pilotare i rapporti dal livello centrale.
Nei territori si originano reciproche attenzioni tra imprese e società locale che, se non distorte da comportamenti opportunistici e fraudolenti, danno luogo a percorsi di sviluppo. Il piccolo imprenditore in questi contesti affianca alla mentalità economica una coscenza sociale. Attenzione: non una responsabilità sociale intesa in modo formale e strutturato come le nuove politiche di CSR ad esempio stanno promuovendo, ma una sensibilità implicita nel proprio modo di ragionare, non sempre tangibile, anche perchè non messa in vetrina, comunque presente e concorrente, seppur come complemento e in modo spesso più incidentale che preordinato, nel processo decisionale dell'imprenditore soprattutto quando le decisioni hanno ricadute sociali.
Il post dell'Amico Mario Santo mi sollecita una ulteriore riflessione, che muove dalle sue riflessioni e si congiunge a quelle riportate nel post "Gli intrecci tra politica e economia". Mario riprende il tema del nuovo modello di sviluppo e lo declina in termini di nuovo paradigma di democrazia, necessitato se non urgenziato dagli effetti drammatici che il modello liberista e individualista ha prodotto nel mondo, in particolare nel mondo del lavoro. Concordo pienamente sulla inadeguatezza del liberismo e dell'indvidualismo a generare virtuosi percorsi di sviluppo. Se libertà economica significa consentire a pochi ricchi finanzieri di condizionare, dai loro lussuosi uffici di New York con vista panoramica da ampie vetrate a piani alti a tre cifre, la vita di milioni di persone (lavoratori) ed altrettante famiglie, allora quella non è una libertà meritevole di tutela e anzi va opportunamente arginata, posta sotto tutela politica, ricondotta a più umani aspetti. Il liberismo (ma attenzione, anche certune accezioni di liberalismo a cui i nostrani progressisti non sono alieni ma anzi seguaci) ha al centro l'individuo come entità trascendente e superiore ad ogni altra creatura compresi i propri simili, non la persona umana guardata nella sua globalità e interezza e posta in relazione ad altre persone in un contesto di famiglia umana.
Sistema economico decentrato
Il modello economico nord americano è strutturalmente diverso da quello italiano ed europeo. In America un'azienda di 200 dipendenti è una bottega artigianale, meno di un reparto produttivo di una middle farm, molto meno di una strategic business unit. In Europa un'azienda di 200 dipendenti è una realtà industriale di piccole dimensioni, non rilevante nel contesto globale ma significativa nel quadro della governance locale. In Italia un'azienda di 200 dipendenti è una medio - grande impresa, che spesso sfama le famiglie di interi circondari, che compete con medio - grandi imprese globalizzate, che annovera tra i suoi clienti forti multinazionali. Nella differenza che assume la stessa entità economica nei diversi contesti geografici risiede tutta la diversità esistente tra il sistema italiano e quello statunitense, comprese anche le diversità tra i due modelli di sviluppo e di democrazia economica applicabile. In un tessuto industriale fatto di tante piccole imprese il potere decisionale è distribuito, non è concenrtato. Ci sono infatti tanti centri decisionali, ovvero il potere economico - decisionale è articolato e distirbuito nel territorio; non ci sono pochi manager che decidono per tanti lavoratori, ma tanti manager che ogni giorno prendono decisioni che riguardano complessivamente molti lavoratori, ma ognuno di essi ha dinnanzi a sè una platea di destinatari delle proprie politiche e strategie parziale e ridotta rispetto alla totalità dei lavoratori del sistema. In un sistema così articolato il rischio di abuso di potere economico e di distorsioni nell'utilizzo dello stesso è frazionato, in altri termini l'effetto o l'impatto di una decisione sbagliata se non addirittura contraria e lesiva dell'interesse generale è ridotto poichè circoscritto al perimetro entro il quale opera il manager che l'ha assunta. In Italia le piccole imprese assorbono più lavoratori delle grandi imprese, fino al punto da potere affermare che la crisi di una o più grandi imprese non coincide con la crisi del sistema economico. Le difficoltà di Fiat, i crack di Cirio e Parlamat non si sono tradotti in collassi di sistema. Il sistema economico italiano ha una pluralità di cuori pulsanti che gli consente di mantenersi vivo anche quando qualche grande arteria resta ostruita. Questo non accade negli Stati Uniti.
La coscenza sociale delle imprese
Concludo citando solamente un ultimo aspetto, non esaustivo della tematica ovviamente. La piccola dimensione spesso comporta un radicamento dell'impresa nel territorio, tangibile in termini di relazioni socio - economiche che l'imprenditore (spesso ex dipendente) e suoi collaboratori hanno con le istituzioni locali e la società nel suo complesso. I mercati del lavoro locali, ad esempio, sono spesso più ricchi e più virtuosi nella creazione di opportunità occupazionali e di percorsi di crescita professionale di quanto lo siano i mercati più professionalizzati o standardizzati (penso ad esempio al circuito della borsa del lavoro, che ancora non trova spazio nelle politiche di reclutamento delle aziende grandi e piccole). Le Agenzie per il Lavoro ad esempio operano attraverso una fitta rete di filiali locali e stabiliscono rapporti diretti a livello territoriale, anzichè pilotare i rapporti dal livello centrale.
Nei territori si originano reciproche attenzioni tra imprese e società locale che, se non distorte da comportamenti opportunistici e fraudolenti, danno luogo a percorsi di sviluppo. Il piccolo imprenditore in questi contesti affianca alla mentalità economica una coscenza sociale. Attenzione: non una responsabilità sociale intesa in modo formale e strutturato come le nuove politiche di CSR ad esempio stanno promuovendo, ma una sensibilità implicita nel proprio modo di ragionare, non sempre tangibile, anche perchè non messa in vetrina, comunque presente e concorrente, seppur come complemento e in modo spesso più incidentale che preordinato, nel processo decisionale dell'imprenditore soprattutto quando le decisioni hanno ricadute sociali.
giovedì 18 febbraio 2010
Per il mondo del lavoro è inizata una lunga, solitaria e dolorosa traversata del deserto, ineludibile per approdare a una nuova democrazia. La crisi finanziaria ha dato il colpo finale all'idea di democrazia sorta dalla riflessione economica di Keynes e dalle esperienze della crisi del 1929 e l'ha sostituita con una idea di democrazia che esclude il lavoro. Non è un controsenso: Pericle, già nel V secolo, diceva che democrazia " è parola che usiamo per definire il nostro sistema politico per il fatto che nell'amministrazione esso si qualifica non rispetto ai pochi ma rispetto alla maggioranza. Però, aggiungeva, nella nostra vita pubblica vige la libertà". Tra democrazia e libertà poneva conflitto. R.Reagan in un suo celebre discorso, rivolto ai Democratici di America, disse "...loro vogliono barattare la mia libertà con la loro mensa". Rivendicava una sua libertà contro le conquiste democratiche dei lavoratori. Leggo una intervista a Michael Spencer, economista liberista, il quale afferma che la caduta del consenso per Obama è dovuta alla " furiosa opposizione delle rispettive lobby alle riforme sia della sanità che della finanza, che i Repubblicani stanno cavalcando spregiudicatamente senza occuparsi dei 50 milioni di cittadini senza assistenza nè dei pericoli di un sistema finanziario tutto squilibrato e vulnerabile". Anche i banchieri rivendicano una loro libertà contro la salute dei cittadini. Il passaggio dalla società solidale del dopoguerra alla società delle libertà senza regole attuale è stato preparato da un lungo lavoro di elaborazione culturale che ha imposto affermazioni apparentemente condivisibili, ma cha hanno finito per distruggere la libertà del lavoro. Oggi non c'è nessuna Istituzione, nè civile nè morale, che senta essenziale per se la libertà dei lavoratori. La cultura dominante è cambiata al punto tale che si può arrivare a ritenere scontato che la libertà dei finanziaeri delle Banche di investimento non è barattabile con la vita degli uomini del lavoro. La traversata del deserto della mente sarà lunga il tempo necessario all'affermazione di una nuova cultura che riporti il lavoro a fondamento irrinunciabile della libertà. Per il PD c'è un enorme lavoro da fare.
Mario Santo
mercoledì 17 febbraio 2010
Gli intrecci tra politica e economia
La visione positiva dei rapporti tra economia e politica
I rapporti tra politica ed economia sono spesso al centro di indagini, opinioni, inchieste, fatti di cronaca, sovente di natura giudiziaria. La vicenda che vede al centro i rapporti tra la Protezione Civile e il mondo dell’industria è solo il più recente degli esempi della criticità che assumono spesso gli intrecci tra politica e economia. Una parte dell’opinione pubblica si è abituata a guardare con sospetto e diffidenza il rapporto organico e sistemico tra politica e politici e economia e imprenditori e manager, come se da quel coacervo di intrecci e di rapporti reticolari non possa che derivare degrado morale ed etico, oltre che danno per la collettività e compromissione dell’interesse generale. Certamente si tratta di una visione di parte e forse forzosa, rappresentativa di un certo modo di vedere questi rapporti da parte di una certa fetta della società italiana. Io sono di un’altra idea. Io sono dell’idea che, integrandosi in una rete di rapporti e di interdipendenze reciproche ispirate a principi etici di tutela dell’interesse generale, di rispetto dell’autonomia delle parti e di reciproco riconoscimento dei diversi ruoli sociali ed istituzionali, politica ed economia possono realizzare sinergie ad alto valore aggiunto sociale.
Ruoli interdipendenti tra politica e economia
Politica ed economia sono tra loro interdipendenti e complementari. Luigi Sturzo sosteneva che l’economia senza etica è diseconomia. Lo diceva negli anni cinquanta e sessanta, anni di boom economico. Lo stesso concetto è ripreso e riproposto da Benedetto XVI nella Sua ultima enciclica, laddove il Pontefice rivolge un appello a tutti gli operatori economici, imprenditori e sindacati, affinchè rimettano al centro delle proprie azioni la persona. L’economia per essere fedele a se stessa e per non tradire la propria natura di scienza umana, votata al servizio dell’uomo, necessita di una dirittura morale, valoriale, etica che non può venire da un approccio tecnicistico. Per assicurare un’etica e un’anima sociale al sistema economico deve intervenire la politica, alla quale è demandato il compito impegnativo di orientare i comportamenti sociali secondo principi etici. D’altro canto la politica è essa stessa strumento al servizio dell’uomo, affinchè questo possa agire e inter-agire in un contesto sociale che lo riconosca e che ne valorizzi il contributo, tutelandone anzitutto la dignità. Per perseguire questi fini la politica ha bisogno dell’economia, nella misura in cui il sistema economico, fatto di imprese e di lavoratori in senso lato, costituisce e fornisce un formidabile veicolo di integrazione sociale, ovvero al tempo stesso l’ambito di produzione dei beni e dei servizi che consentono di soddisfare i bisogni e l’ambito di sviluppo delle relazioni che consentono alle persone di riconoscersi e di interagire.
L’autonomia delle parti
Gli intrecci tra politica ed economia sono molto critici, ma non necessariamente perversi e deleteri. Dall’incontro tra politica ed economia possono derivare vantaggi e benefici di ampia portata sociale. Si pensi ad esempio all’effetto che possono avere sull’occupazione politiche di supporto alle imprese, soprattutto a quelle imprese che hanno maggiore penetrazione nelle dinamiche sociali locali e che sono radicate nei territori. Certamente le sinergie tra politica ed economia sono possibili se ognuna delle parti mantiene la propria autonomia e non deroga alla propria missione. Viceversa, se il politico si improvvisa operatore economico e comincia ad utilizzare la politica come un prodotto o un servizio da vendere al migliore offerente, promettendo ad esempio il soddisfacimento di interessi di parte a scapito di quelli di portata generale, diventa un corrotto. Allo stesso modo se l’imprenditore cede alla tentazione di appropriarsi della politica per farne un fattore produttivo da impiegare al servizio dei propri interessi diventa un corruttore. È bene che politica ed economica operino di comune accordo, concertando strategie e linee di azione votate all’interesse generale, rispettando però i propri ruoli e non cedendo mai alla tentazione di prendere pericolose scorciatoie, che portano alla creazione di corruttele.
La vicenda Protezione Civile e grandi appalti
Della vicenda Bertolaso oggi si può commentare poco, perchè le indagini sono appena partite e siamo solo davanti a titoli di giornali. Però si può dire che la vicenda rappresenta un formidabile esempio di come i rapporti tra politica ed economia siano delicati e, secondo come vengono interpretati dai protagonisti, possono assumere un alto profilo etico o un basso degrado morale. Il clamore di questa vicenda, unica per quanto rilevante, rischia di gettare fango sul pur necessario connubio che politica ed economia devono continuare ad avere, soprattutto a livello locale, per le ragioni sopra appena menzionate. Altre vicende in passato, non molto lontano, hanno rischiato di compromettere l'immagine dei rapporti tra politica ed economia, come ad esempio la vicenda dei rapporti tra politiche sanitarie (soprattutto in Lombardia) ed operatori privati. Il rischio che si corre è che la politica diventi un servizio nelle mani dei politici da utilizzare per regolare in modo artificioso e perverso le dinamiche concorrenziali, a scapito degli imprenditori onesti, degli utenti e dei lavoratori, per trarne vantaggio economico di natura particolare e non generale. Si perseguano i reati e si condannino i colpevoli, ma politici e imprenditori e manager non rinuncino a concertare politiche serie, ad interagire, a creare una rete di relazioni alla luce del sole e per il bene comune; soprattutto a livello locale, laddove le economie di prossimità e le politiche territoriali intrecciandosi diventano volano di sviluppo e fonte di benessere diffuso.
I rapporti tra politica ed economia sono spesso al centro di indagini, opinioni, inchieste, fatti di cronaca, sovente di natura giudiziaria. La vicenda che vede al centro i rapporti tra la Protezione Civile e il mondo dell’industria è solo il più recente degli esempi della criticità che assumono spesso gli intrecci tra politica e economia. Una parte dell’opinione pubblica si è abituata a guardare con sospetto e diffidenza il rapporto organico e sistemico tra politica e politici e economia e imprenditori e manager, come se da quel coacervo di intrecci e di rapporti reticolari non possa che derivare degrado morale ed etico, oltre che danno per la collettività e compromissione dell’interesse generale. Certamente si tratta di una visione di parte e forse forzosa, rappresentativa di un certo modo di vedere questi rapporti da parte di una certa fetta della società italiana. Io sono di un’altra idea. Io sono dell’idea che, integrandosi in una rete di rapporti e di interdipendenze reciproche ispirate a principi etici di tutela dell’interesse generale, di rispetto dell’autonomia delle parti e di reciproco riconoscimento dei diversi ruoli sociali ed istituzionali, politica ed economia possono realizzare sinergie ad alto valore aggiunto sociale.
Ruoli interdipendenti tra politica e economia
Politica ed economia sono tra loro interdipendenti e complementari. Luigi Sturzo sosteneva che l’economia senza etica è diseconomia. Lo diceva negli anni cinquanta e sessanta, anni di boom economico. Lo stesso concetto è ripreso e riproposto da Benedetto XVI nella Sua ultima enciclica, laddove il Pontefice rivolge un appello a tutti gli operatori economici, imprenditori e sindacati, affinchè rimettano al centro delle proprie azioni la persona. L’economia per essere fedele a se stessa e per non tradire la propria natura di scienza umana, votata al servizio dell’uomo, necessita di una dirittura morale, valoriale, etica che non può venire da un approccio tecnicistico. Per assicurare un’etica e un’anima sociale al sistema economico deve intervenire la politica, alla quale è demandato il compito impegnativo di orientare i comportamenti sociali secondo principi etici. D’altro canto la politica è essa stessa strumento al servizio dell’uomo, affinchè questo possa agire e inter-agire in un contesto sociale che lo riconosca e che ne valorizzi il contributo, tutelandone anzitutto la dignità. Per perseguire questi fini la politica ha bisogno dell’economia, nella misura in cui il sistema economico, fatto di imprese e di lavoratori in senso lato, costituisce e fornisce un formidabile veicolo di integrazione sociale, ovvero al tempo stesso l’ambito di produzione dei beni e dei servizi che consentono di soddisfare i bisogni e l’ambito di sviluppo delle relazioni che consentono alle persone di riconoscersi e di interagire.
L’autonomia delle parti
Gli intrecci tra politica ed economia sono molto critici, ma non necessariamente perversi e deleteri. Dall’incontro tra politica ed economia possono derivare vantaggi e benefici di ampia portata sociale. Si pensi ad esempio all’effetto che possono avere sull’occupazione politiche di supporto alle imprese, soprattutto a quelle imprese che hanno maggiore penetrazione nelle dinamiche sociali locali e che sono radicate nei territori. Certamente le sinergie tra politica ed economia sono possibili se ognuna delle parti mantiene la propria autonomia e non deroga alla propria missione. Viceversa, se il politico si improvvisa operatore economico e comincia ad utilizzare la politica come un prodotto o un servizio da vendere al migliore offerente, promettendo ad esempio il soddisfacimento di interessi di parte a scapito di quelli di portata generale, diventa un corrotto. Allo stesso modo se l’imprenditore cede alla tentazione di appropriarsi della politica per farne un fattore produttivo da impiegare al servizio dei propri interessi diventa un corruttore. È bene che politica ed economica operino di comune accordo, concertando strategie e linee di azione votate all’interesse generale, rispettando però i propri ruoli e non cedendo mai alla tentazione di prendere pericolose scorciatoie, che portano alla creazione di corruttele.
La vicenda Protezione Civile e grandi appalti
Della vicenda Bertolaso oggi si può commentare poco, perchè le indagini sono appena partite e siamo solo davanti a titoli di giornali. Però si può dire che la vicenda rappresenta un formidabile esempio di come i rapporti tra politica ed economia siano delicati e, secondo come vengono interpretati dai protagonisti, possono assumere un alto profilo etico o un basso degrado morale. Il clamore di questa vicenda, unica per quanto rilevante, rischia di gettare fango sul pur necessario connubio che politica ed economia devono continuare ad avere, soprattutto a livello locale, per le ragioni sopra appena menzionate. Altre vicende in passato, non molto lontano, hanno rischiato di compromettere l'immagine dei rapporti tra politica ed economia, come ad esempio la vicenda dei rapporti tra politiche sanitarie (soprattutto in Lombardia) ed operatori privati. Il rischio che si corre è che la politica diventi un servizio nelle mani dei politici da utilizzare per regolare in modo artificioso e perverso le dinamiche concorrenziali, a scapito degli imprenditori onesti, degli utenti e dei lavoratori, per trarne vantaggio economico di natura particolare e non generale. Si perseguano i reati e si condannino i colpevoli, ma politici e imprenditori e manager non rinuncino a concertare politiche serie, ad interagire, a creare una rete di relazioni alla luce del sole e per il bene comune; soprattutto a livello locale, laddove le economie di prossimità e le politiche territoriali intrecciandosi diventano volano di sviluppo e fonte di benessere diffuso.
giovedì 11 febbraio 2010
Capitale umano e piccole imprese: il rilancio parte dal territorio
Introduzione al tema: lo sviluppo economico
Prima che le campagne elettorali incombenti catturino la scena voglio intervenire su un argomento a me caro, già affrontato in un precedente post di qualche settimana fà. Mi riferisco al tema dello sviluppo economico, declinato nella sua accezione di questione socio - politica e non certo di tematica politica - economica, non essendo il sottoscritto un economista. La precisazione non è di second'ordine.
Lo sviluppo e la variabile tecnologica
Matteo Colaninno in un'intervista pubblicata dal Sole 24 Ore il 12 gennaio sostiene che "una media-grande impresa che produce beni di consumo finali attraverso la logica delle forniture globali resta sul mercato. Una piccola che produce beni intermedi rischia di rimanere schiacciata, dovendo competere su prezzi e qualità con l'offerta globale". Mi permetto di dissentire. La produzione di beni intermedi (componentistica, utensileria, imballaggi, ecc...)non è strategicamente condannata a soccombere nella morsa del binomio prezzi - qualità. Certamente queste due variabili competitive giocano un ruolo determinante nella comparazione tra economie di Paesi diversi in una scala globale. Tuttavia non hanno un ruolo esclusivo. Colaninno non considera nella sua analisi due variabili competitive di rango strategico: la professionalità e la tecnologia. In particolare la tecnologia costituisce un fattore critico di successo che consente di perseguire obiettivi di efficienza e qualità. Le PMI italiane pullulano di tecnologia e, in non pochi settori anche se non in tutti, anche di eccellenze professionali.
Lo sviluppo e la variabile professionale
La riflessione sulla professionalità è forse più complessa e, per certi aspetti, più interessante. Il modello di sviluppo italiano è basato, fin dal Medioevo, sulla professionalità, sul saper fare, su una indomita indole a mettere a frutto e realizzare idee, slanci, intuizioni. Lo dice Fabi sempre sul Sole (31 gennaio) citando uno studio dell'Istao, che descrive l'origine della struttura produttiva del nostro Paese come "una realtà dove prevaleva una struttura sociale appoggiata a un'organizzazione produttiva in larga misura familiare e a una concezione del lavoro in prevalenza autonoma e indipendente di derivazione artigiana. In questo modo, ambiente e potenzialità imprenditoriali si fondono anche grazie al collante derivante dalle culture e dalle tradizioni. E realizzano così importanti meccanismi spontanei di diffusione locale dello sviluppo.". Vedere i percorsi di sviluppo come processi di diffusione locale dei saperi, e dei saper-fare, può aiutare a (re)interpretare la prospettiva economico-sociale del nostro Paese. Lo studio del sapere locale, inteso come professionalità che nasce e si diffonde nei territori dentro e attraverso le piccole e medie imprese, è relativamente recente, benchè la dinamica sia di antichissima origine storica (nasce nelle botteghe artigiane nell'Italia dei Comuni).
Professionalità e Territori: il rilancio dello sviluppo
Siamo al dunque: io credo che Colaninno sbagli nel prefigurare un sistema economico mondiale fatto solo di grande scala, solo di grande dimensione, solo di grandi capitali, solo di grande finanza. Addirittura, e questo mi sembra al limite del demagogico, auspica un ritorno all'industria di Stato (e beneinteso, non in settori strategici per la sicurezza nazionale). Lo dice bene l'esponente Pd: "le economie che resisteranno meglio sono quelle che avranno maggiore armonia tra le diverse dimensioni delle imprese e un forte sistema finanziario [...] penso anche a un ritorno dell' industria pubblica: Eni, Enel e Finmeccanica potrebbero investire di più al Sud e supportare nuove filiere". Detto che non sono d'accordo con Colaninno resta sul tappeto la domanda di fondo: qual è la via per rilanciare lo sviluppo? Credo che lo dicano bene le parole di Carlo Carboni, prese a prestito dal suo ultimo libro La governance dello sviluppo locale: "il capitale umano unito al capitale sociale (e quindi alle relazioni di comunità) può costituire il vero vantaggio competitivo per un rilancio sostenibile dell'economia italiana". Capitale umano e capitale sociale: unione dei saperi, delle professionalità, delle competenze definiti e trasmessi nelle e tra le comunità locali, dentro e fuori le imprese che in queste comunità operano guardando al mondo. Non un nuovo nanismo o una involuzione, ma un salto di qualità capace di superare in termini di potenzialtà di sviluppo il salto di dimensione e di scala teorizzato da Colaninno.
Prima che le campagne elettorali incombenti catturino la scena voglio intervenire su un argomento a me caro, già affrontato in un precedente post di qualche settimana fà. Mi riferisco al tema dello sviluppo economico, declinato nella sua accezione di questione socio - politica e non certo di tematica politica - economica, non essendo il sottoscritto un economista. La precisazione non è di second'ordine.
Lo sviluppo e la variabile tecnologica
Matteo Colaninno in un'intervista pubblicata dal Sole 24 Ore il 12 gennaio sostiene che "una media-grande impresa che produce beni di consumo finali attraverso la logica delle forniture globali resta sul mercato. Una piccola che produce beni intermedi rischia di rimanere schiacciata, dovendo competere su prezzi e qualità con l'offerta globale". Mi permetto di dissentire. La produzione di beni intermedi (componentistica, utensileria, imballaggi, ecc...)non è strategicamente condannata a soccombere nella morsa del binomio prezzi - qualità. Certamente queste due variabili competitive giocano un ruolo determinante nella comparazione tra economie di Paesi diversi in una scala globale. Tuttavia non hanno un ruolo esclusivo. Colaninno non considera nella sua analisi due variabili competitive di rango strategico: la professionalità e la tecnologia. In particolare la tecnologia costituisce un fattore critico di successo che consente di perseguire obiettivi di efficienza e qualità. Le PMI italiane pullulano di tecnologia e, in non pochi settori anche se non in tutti, anche di eccellenze professionali.
Lo sviluppo e la variabile professionale
La riflessione sulla professionalità è forse più complessa e, per certi aspetti, più interessante. Il modello di sviluppo italiano è basato, fin dal Medioevo, sulla professionalità, sul saper fare, su una indomita indole a mettere a frutto e realizzare idee, slanci, intuizioni. Lo dice Fabi sempre sul Sole (31 gennaio) citando uno studio dell'Istao, che descrive l'origine della struttura produttiva del nostro Paese come "una realtà dove prevaleva una struttura sociale appoggiata a un'organizzazione produttiva in larga misura familiare e a una concezione del lavoro in prevalenza autonoma e indipendente di derivazione artigiana. In questo modo, ambiente e potenzialità imprenditoriali si fondono anche grazie al collante derivante dalle culture e dalle tradizioni. E realizzano così importanti meccanismi spontanei di diffusione locale dello sviluppo.". Vedere i percorsi di sviluppo come processi di diffusione locale dei saperi, e dei saper-fare, può aiutare a (re)interpretare la prospettiva economico-sociale del nostro Paese. Lo studio del sapere locale, inteso come professionalità che nasce e si diffonde nei territori dentro e attraverso le piccole e medie imprese, è relativamente recente, benchè la dinamica sia di antichissima origine storica (nasce nelle botteghe artigiane nell'Italia dei Comuni).
Professionalità e Territori: il rilancio dello sviluppo
Siamo al dunque: io credo che Colaninno sbagli nel prefigurare un sistema economico mondiale fatto solo di grande scala, solo di grande dimensione, solo di grandi capitali, solo di grande finanza. Addirittura, e questo mi sembra al limite del demagogico, auspica un ritorno all'industria di Stato (e beneinteso, non in settori strategici per la sicurezza nazionale). Lo dice bene l'esponente Pd: "le economie che resisteranno meglio sono quelle che avranno maggiore armonia tra le diverse dimensioni delle imprese e un forte sistema finanziario [...] penso anche a un ritorno dell' industria pubblica: Eni, Enel e Finmeccanica potrebbero investire di più al Sud e supportare nuove filiere". Detto che non sono d'accordo con Colaninno resta sul tappeto la domanda di fondo: qual è la via per rilanciare lo sviluppo? Credo che lo dicano bene le parole di Carlo Carboni, prese a prestito dal suo ultimo libro La governance dello sviluppo locale: "il capitale umano unito al capitale sociale (e quindi alle relazioni di comunità) può costituire il vero vantaggio competitivo per un rilancio sostenibile dell'economia italiana". Capitale umano e capitale sociale: unione dei saperi, delle professionalità, delle competenze definiti e trasmessi nelle e tra le comunità locali, dentro e fuori le imprese che in queste comunità operano guardando al mondo. Non un nuovo nanismo o una involuzione, ma un salto di qualità capace di superare in termini di potenzialtà di sviluppo il salto di dimensione e di scala teorizzato da Colaninno.
sabato 9 gennaio 2010
La crisi non è finita
Prima della crisi: l'auspicio tradito.
Quindici mesi fa sostenevo che la crisi economica avesse soltanto natura finanziaria, al massimo con qualche escursione di natura creditizia oltre oceano. Il sistema economico europeo e in particolare italiano si basa sull'industria, la nostra è ancora una economica prevalentemente di trasformazione e di natura produttiva in senso stretto, e solo relativamente marginalmente di tipo finanziario e immateriale. Quindi, pensavo, gli effetti della crisi si fermeranno al sistema finanziario, non toccheranno le industrie. Gli impiegati e gli operai non rischieranno niente. Mi sbagliavo. La crisi ha investito il settore manifatturiero poichè, erodendo la disponibilità di spesa, ha ridotto i livelli di consumo contraendo la domanda.
Presagi di realismo: la crisi non è finita.
Tralasciamo la grande questione del modello di sviluppo, troppo complessa per essere affrontata in questo spazio. Il nostro Paese ha tamponato gli effetti sociali della crisi ricorrendo agli ammortizzatori, strumenti inventati nei vituperati anni settanta e ottanta (gli anni del centrosinistra democristiano), che tra i tanti torti ci hanno lasciato in eredità la dote della cassa integrazione. Oggi tutte le parti sociali e politiche fanno a gara per chiedere maggiori risorse per gli ammortizzatori sociali. E fanno bene. Certamente il sistema dello stato sociale è da riformare, a partire dalle pensioni per arrivare all'assistenza e alle prestazioni a sostegno del reddito. Ma sicuramente la fase acuta degli effetti della crisi non è esaurita: molte aziende sono arrivate al massimo di utilizzo della cassa integrazione, quindi o i consumi tornano ai livelli ante crisi, oppure queste aziende dovranno ridurre fortemente il personale. Licenziamenti collettivi.
Durante la crisi: un nuovo auspicio.
Si dovrà molto riflettere sul modello di sviluppo per il futuro, ma nelle more di questa riflessione e in attesa che la stessa partorisca un modello alternativo qulacuno dovrà gestire gli effetti dell'attuale modello. In altri termini, la crisi non è finita. Mercato del lavoro e sistema industriale devono allearsi per gestire la fase più critica. Serve da un lato la presa di coscenza che il sindacalismo del novecento è superato, non è più tempo di "lotte" e di "battaglie" e di "dimostrazioni di forza" ma di collaborazione e responsabilizzazione; dall'altro lato una maggiore consapevolezza collettiva del ruolo che la piccola e media impresa svolge nel tessuto economico e sociale del Paese, sia in termini di contribuzione al Pil, sia soprattutto in termini di collettore tra lo sviluppo economico e le dinamiche sociali a livello locale. Troppo spesso la piccola e media impresa viene considerata come una realtà industriale di second'ordine sia nelle scelte di politica economica che nell'opinione pubblica, dimenticando che assorbe complessivamente più addetti della grande industria. E' altrettanto vero che da parte delle piccole e medie industrie deve ancora maturare compiutamente una "coscenza sociale e collettiva", ovvero una piena presa di coscenza del loro ruolo sociale, soprattutto a livello locale. Questa maturazione potrà essere meglio raggiunta se le forze sociali e politiche sapranno focalizzare le migliori attenzioni sulle esigenze delle medie imprese.
Quindici mesi fa sostenevo che la crisi economica avesse soltanto natura finanziaria, al massimo con qualche escursione di natura creditizia oltre oceano. Il sistema economico europeo e in particolare italiano si basa sull'industria, la nostra è ancora una economica prevalentemente di trasformazione e di natura produttiva in senso stretto, e solo relativamente marginalmente di tipo finanziario e immateriale. Quindi, pensavo, gli effetti della crisi si fermeranno al sistema finanziario, non toccheranno le industrie. Gli impiegati e gli operai non rischieranno niente. Mi sbagliavo. La crisi ha investito il settore manifatturiero poichè, erodendo la disponibilità di spesa, ha ridotto i livelli di consumo contraendo la domanda.
Presagi di realismo: la crisi non è finita.
Tralasciamo la grande questione del modello di sviluppo, troppo complessa per essere affrontata in questo spazio. Il nostro Paese ha tamponato gli effetti sociali della crisi ricorrendo agli ammortizzatori, strumenti inventati nei vituperati anni settanta e ottanta (gli anni del centrosinistra democristiano), che tra i tanti torti ci hanno lasciato in eredità la dote della cassa integrazione. Oggi tutte le parti sociali e politiche fanno a gara per chiedere maggiori risorse per gli ammortizzatori sociali. E fanno bene. Certamente il sistema dello stato sociale è da riformare, a partire dalle pensioni per arrivare all'assistenza e alle prestazioni a sostegno del reddito. Ma sicuramente la fase acuta degli effetti della crisi non è esaurita: molte aziende sono arrivate al massimo di utilizzo della cassa integrazione, quindi o i consumi tornano ai livelli ante crisi, oppure queste aziende dovranno ridurre fortemente il personale. Licenziamenti collettivi.
Durante la crisi: un nuovo auspicio.
Si dovrà molto riflettere sul modello di sviluppo per il futuro, ma nelle more di questa riflessione e in attesa che la stessa partorisca un modello alternativo qulacuno dovrà gestire gli effetti dell'attuale modello. In altri termini, la crisi non è finita. Mercato del lavoro e sistema industriale devono allearsi per gestire la fase più critica. Serve da un lato la presa di coscenza che il sindacalismo del novecento è superato, non è più tempo di "lotte" e di "battaglie" e di "dimostrazioni di forza" ma di collaborazione e responsabilizzazione; dall'altro lato una maggiore consapevolezza collettiva del ruolo che la piccola e media impresa svolge nel tessuto economico e sociale del Paese, sia in termini di contribuzione al Pil, sia soprattutto in termini di collettore tra lo sviluppo economico e le dinamiche sociali a livello locale. Troppo spesso la piccola e media impresa viene considerata come una realtà industriale di second'ordine sia nelle scelte di politica economica che nell'opinione pubblica, dimenticando che assorbe complessivamente più addetti della grande industria. E' altrettanto vero che da parte delle piccole e medie industrie deve ancora maturare compiutamente una "coscenza sociale e collettiva", ovvero una piena presa di coscenza del loro ruolo sociale, soprattutto a livello locale. Questa maturazione potrà essere meglio raggiunta se le forze sociali e politiche sapranno focalizzare le migliori attenzioni sulle esigenze delle medie imprese.
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