Non credo che il problema dell'equilibrio del bilancio dello Stato e degli Enti Locali possa trovare soluzione strutturale e definitiva nella lotta all'evasione. E' sacrosanto, condivisibile e difendibile il principio, teorico e pratico, che alle necessità della collettività concorrano tutti i cittadini in ragione della propria reale capacità contributiva. Il punto per me focale è però un altro. Lo Stato e gli Enti Locali devono "budgetare" le uscite in ragione di quanto prevedono, con ragionevole certezza, di introitare. Quanto è certo l'incasso derivante dalla lotta all'evasione? Quanto questa lotta può essere presa a riferimento per determinare i livelli di spesa sostenibili? L'evasione va combattuta, ma non può costituire l'unica strategia (e forse neanche quella prevalente) per il finanziamento delle spese correnti. Va semmai messa a fuoco l'equazione esistente tra spesa - gettito e tra reddito - produzione: l'entità del gettito, che determina il livello della spesa sostenibile, è funzione dell'entità del reddito, determinato da quanto un'economia produce. Più un sistema economico produce, in termini di ricchezza, maggiore è la quota che esso può destinare alle necessità collettive. Un'economia depressa sarà sistematicamente compressa tra l'incudine del debito e il martello dei tagli alla spesa. Un'economia caratterizzata da stabile crescita, direi virtuosa, può trovare nel valore aggiunto prodotto la via per svincolarsi dalla morsa dei tagli e del debito, senza ricorrere alle chimere delle alchimie contabili. Certo serve una politica che favorisca, culturalmente prima che ancora che negli atti formali, l'industria. Una politica industriale che ponga le condizioni strutturali, strategiche, infrastrutturali, culturali per consentire alle imprese di "produrre ricchezza" in senso lato, con effetti a cascata in termini di ricadute sociali prima ancora che economiche. Svilupperò ulteriormente il ragionamento, non prima di avere messo in evidenza, in un prossimo post, il tema del "controllo esercitato dalla politica sull'economia: potere di nomina, diritto di clientela".
Pietro Insinnamo
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lunedì 19 aprile 2010
Leva fiscale e politica industriale, uscire dal guado
domenica 18 aprile 2010
BILANCIO PUBBLICO E RAPPORTO PUBBLICO-PRIVATO
Con riferimento alle mie riflessioni sul Patto di Stabilità, Pietro sottolinea due aspetti: A) il dilemma tra tagliare le spese pubbliche o contrarre nuovi debiti. B) la devoluzione al privato del “ centro di interessi economico sociali”, mediante trasferimento “non regolato” di componenti della spesa pubblica, dal pubblico al privato.
I) Alternativa tra contrarre le spese o aumentare i debiti. La risposta dovrebbe essere: puntare sempre ad un equilibrio di bilancio, che consiste nell’avere, tendenzialmente, il C/Economico in pareggio e Debiti per ammontare compatibile con le entrate proprie. Questi criteri non sono nuovi né sconosciuti agli amministratori attuali. Esistono già le regole che vincolano gli Enti locali a debiti che non siano superiori a determinati limiti(15% entrate correnti) e anche pressioni per scongiurare deficit correnti a ripetizione ( patto di stabilità). Il problema è che da un lato si mettono le mani avanti dicendo che i guai amministrativi sono eredità di altri e quindi si chiede di essere esentati dai prezzi del riaggiustamento. Dall’altro è innegabile una tendenza generalizzata ad aggirare le regole: molti pseudo “ Avanzi di Amministrazione gestionali” sono il risultato di manipolazioni delle regole contabili, fatte per aggirare i vincoli imposti. In questo caso è il controllo che difetta e le sanzioni sono grida manzoniane in un Paese governato da Politici che spendono molta energia a combattere regole e istituzioni che devono farle applicare. Come si devono interpretare i giudizi “generici” sulla esosità del fisco, espressi non al bar ma nei palazzi istituzionali? E le sparate contro la magistratura? E i condoni a ripetizione? Il primo e più urgente lavoro da fare, allora, è ripristinare il senso della “ legalità”. Ogni legge può e deve essere discussa nelle sedi appropriate, anche per stimolarne il cambiamento, ma va sempre rispettata, sia per quanto dispone che per i modi con cui è lecito discuterne. I grandi paesi del capitalismo ( USA e Inghilterra), in queste cose, sono ineccepibili. Questo dovrebbe valere anche per il PD.
II) Trasferimento ai privati di spese per servizi pubblici: “privatizzazioni” estranee alla logica del “mercato”. Il tema, per come lo si osserva da noi, va riformulato nei seguenti termini: avendo l’obiettivo di “ privatizzare” determinati servizi sociali per sottrarli ad ogni regola “pubblica”, la via che si segue è “ marginalizzare” il pubblico per rendere inevitabile il privato. Per esemplificare si può fare il caso della sanità. In Lombardia si ha la percezione che gli Ospedali pubblici sono “trascurati” a vantaggio delle Cliniche “accreditate”. Uno dei migliori esperti del settore, Francesco Longo, spiega che la sanità insieme ai servizi sociali, pesa per il 12,5% del PIL. In assoluto è il settore più importante dell’economia. Su 140 miliardi di euro di spesa complessiva, la parte pubblica pesa 105 miliardi ed ha un deficit modesto del 3-4% concentrato per l’80% tra Lazio, Sicilia e Campania. La sanità è una delle principali leve di sviluppo, produce occupazione, lavoro qualificato non delocalizzabile, ricerca. Insomma non ci sarebbe motivo per non vedere il Servizio Sanitario Nazionale come istituzione altamente positiva. Da noi invece se ne parla come un peso per l’economia manifatturiera. Perché? Ci sono diverse ragioni. Ne accenno alcune. Primo: i privati nel mercato sanitario. Il mercato sanitario italiano è il terzo d’Europa: il privato con 9 specialità spiega il 70-80% del fatturato, il pubblico con le stesse specialità spiega il 30%. E’ vantaggioso per il privato avere un mercato redditizio, con committenza “pubblica” assicurata e senza obbligo di funzioni “assistenziali”. Secondo: le grandi Istituzioni non pubbliche nel mercato sanitario. La Conferenza Episcopale Cattolica americana e i Sindacati di settore si sono dichiarati contrari alla riforma sanitaria varata dal Presidente Obama. La motivazione di sostanza è il conflitto di interesse : la Chiesa cattolica è uno dei più grandi imprenditori privati del settore ed è l’Istituzione che riserva a sé l’intervento assistenziale per i cittadini che non sono assicurati, i poveri. Anche da noi la Gerarchia vedrebbe bene una sua legittimazione, attraverso la Caritas, quale “intervento caritativo di ultima istanza” ( F.L.). Quanto ai Sindacati USA hanno lavoratori assicurati; i non iscritti al sindacato non sono assicurati. Obama pensa, invece, che tutti debbano essere cittadini a pieni diritti, compreso il diritto alla cura sanitaria, che da noi è garantita dal Servizio sanitario nazionale. Questo dovrebbe essere un punto “non negoziabile della politica del PD”.
Su come si dovrebbe governare il rapporto pubblico-privato “senza degradare in vecchi antagonismi pubblico – privato” ( Pietro), proverò a dare qualche indicazione più avanti.
Mario Santo 18/04/2010
Con riferimento alle mie riflessioni sul Patto di Stabilità, Pietro sottolinea due aspetti: A) il dilemma tra tagliare le spese pubbliche o contrarre nuovi debiti. B) la devoluzione al privato del “ centro di interessi economico sociali”, mediante trasferimento “non regolato” di componenti della spesa pubblica, dal pubblico al privato.
I) Alternativa tra contrarre le spese o aumentare i debiti. La risposta dovrebbe essere: puntare sempre ad un equilibrio di bilancio, che consiste nell’avere, tendenzialmente, il C/Economico in pareggio e Debiti per ammontare compatibile con le entrate proprie. Questi criteri non sono nuovi né sconosciuti agli amministratori attuali. Esistono già le regole che vincolano gli Enti locali a debiti che non siano superiori a determinati limiti(15% entrate correnti) e anche pressioni per scongiurare deficit correnti a ripetizione ( patto di stabilità). Il problema è che da un lato si mettono le mani avanti dicendo che i guai amministrativi sono eredità di altri e quindi si chiede di essere esentati dai prezzi del riaggiustamento. Dall’altro è innegabile una tendenza generalizzata ad aggirare le regole: molti pseudo “ Avanzi di Amministrazione gestionali” sono il risultato di manipolazioni delle regole contabili, fatte per aggirare i vincoli imposti. In questo caso è il controllo che difetta e le sanzioni sono grida manzoniane in un Paese governato da Politici che spendono molta energia a combattere regole e istituzioni che devono farle applicare. Come si devono interpretare i giudizi “generici” sulla esosità del fisco, espressi non al bar ma nei palazzi istituzionali? E le sparate contro la magistratura? E i condoni a ripetizione? Il primo e più urgente lavoro da fare, allora, è ripristinare il senso della “ legalità”. Ogni legge può e deve essere discussa nelle sedi appropriate, anche per stimolarne il cambiamento, ma va sempre rispettata, sia per quanto dispone che per i modi con cui è lecito discuterne. I grandi paesi del capitalismo ( USA e Inghilterra), in queste cose, sono ineccepibili. Questo dovrebbe valere anche per il PD.
II) Trasferimento ai privati di spese per servizi pubblici: “privatizzazioni” estranee alla logica del “mercato”. Il tema, per come lo si osserva da noi, va riformulato nei seguenti termini: avendo l’obiettivo di “ privatizzare” determinati servizi sociali per sottrarli ad ogni regola “pubblica”, la via che si segue è “ marginalizzare” il pubblico per rendere inevitabile il privato. Per esemplificare si può fare il caso della sanità. In Lombardia si ha la percezione che gli Ospedali pubblici sono “trascurati” a vantaggio delle Cliniche “accreditate”. Uno dei migliori esperti del settore, Francesco Longo, spiega che la sanità insieme ai servizi sociali, pesa per il 12,5% del PIL. In assoluto è il settore più importante dell’economia. Su 140 miliardi di euro di spesa complessiva, la parte pubblica pesa 105 miliardi ed ha un deficit modesto del 3-4% concentrato per l’80% tra Lazio, Sicilia e Campania. La sanità è una delle principali leve di sviluppo, produce occupazione, lavoro qualificato non delocalizzabile, ricerca. Insomma non ci sarebbe motivo per non vedere il Servizio Sanitario Nazionale come istituzione altamente positiva. Da noi invece se ne parla come un peso per l’economia manifatturiera. Perché? Ci sono diverse ragioni. Ne accenno alcune. Primo: i privati nel mercato sanitario. Il mercato sanitario italiano è il terzo d’Europa: il privato con 9 specialità spiega il 70-80% del fatturato, il pubblico con le stesse specialità spiega il 30%. E’ vantaggioso per il privato avere un mercato redditizio, con committenza “pubblica” assicurata e senza obbligo di funzioni “assistenziali”. Secondo: le grandi Istituzioni non pubbliche nel mercato sanitario. La Conferenza Episcopale Cattolica americana e i Sindacati di settore si sono dichiarati contrari alla riforma sanitaria varata dal Presidente Obama. La motivazione di sostanza è il conflitto di interesse : la Chiesa cattolica è uno dei più grandi imprenditori privati del settore ed è l’Istituzione che riserva a sé l’intervento assistenziale per i cittadini che non sono assicurati, i poveri. Anche da noi la Gerarchia vedrebbe bene una sua legittimazione, attraverso la Caritas, quale “intervento caritativo di ultima istanza” ( F.L.). Quanto ai Sindacati USA hanno lavoratori assicurati; i non iscritti al sindacato non sono assicurati. Obama pensa, invece, che tutti debbano essere cittadini a pieni diritti, compreso il diritto alla cura sanitaria, che da noi è garantita dal Servizio sanitario nazionale. Questo dovrebbe essere un punto “non negoziabile della politica del PD”.
Su come si dovrebbe governare il rapporto pubblico-privato “senza degradare in vecchi antagonismi pubblico – privato” ( Pietro), proverò a dare qualche indicazione più avanti.
Mario Santo 18/04/2010
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