Sei interessato a discutere di società e politica? Qui puoi farlo con noi e con chi lo desidera. Con il solo limite del rispetto reciproco. Augusto, Mario, Mattia, Maurizio e Pietro ti danno il benvenuto.

martedì 13 aprile 2010

Intorno al 25 aprile

Tra circa due settimane è di nuovo 25 aprile e tutti ricordiamo cosa è accaduto l’anno scorso. Dopo averla disertata per anni, Berlusconi si è impadronito della festa, presentandosi quasi partigiano tra i partigiani. E ha pronunciato parole apprezzate da tutte le parti politiche. La prima e direi ultima volta, a mio gusto, in cui ha dato qualche segnale di vera levatura di statista. Poi sono arrivati la D’Addario e il codazzo di scandali bipartisan che hanno depresso la scena negli ultimi mesi, e il ricordo di quel discorso si è rapidamente perduto. Ma non è di questo che voglio parlare. Voglio parlare del perché il 25 aprile non esercita più adeguato fascino sulle coscienze degli italiani. Cosa innegabile e più volte annotata dagli osservatori delle nostre vicende. Ecco dunque alcune radici - storiche, culturali e ideologiche - dell’attuale situazione.

Primo. Il 25 aprile maturò in una parte d’Italia precisa e limitata. Nella primavera del 1945 gran parte del paese respirava già un clima nuovo e rimase completamente estraneo alle vicende che infiammavano la Pianura Padana.

Secondo. Il 25 aprile è la festa della Liberazione dall’occupazione nazifascista: poiché la storia alla lunga non mente, è difficile nascondere che quella liberazione coincise con la peggiore sconfitta militare e le più grandi devastazioni che il nostro paese avesse mai subito. Non è piacevole ricordarlo.

Terzo. La Resistenza ebbe il ruolo di comprimario. Affiancò con il suo sacrificio le truppe anglo-americane, senza le quali i tedeschi non sarebbero mai stati cacciati. Nessuno storico serio si azzarderebbe oggi a negare ciò.

Quarto. Nella Resistenza italiana erano rappresentate, seppure in diversa misura, tutte le tendenze politiche. Cattolici, azionisti, comunisti, monarchici, liberali, socialisti, persino anarchici: tutti diedero il loro prezioso contributo. Ma nei decenni successivi questa realtà faticò a emergere e via via se ne perse la cognizione. Furono soprattutto i comunisti, egemoni culturalmente, a fare della Resistenza uno dei punti forti del proprio apparato ideologico e propagandistico. Con questo effetto: che la Resistenza è diventata indigesta a moltissimi.

Quinto. Molti combatterono dall’altra parte e quella che combatterono fu una guerra civile: anche questo è ormai definito. Non potevano riconoscersi nella vittoria dei loro avversari. E i loro discendenti politici non vi si possono riconoscere oggi.

Sesto e più importante di tutti. Molti non combatterono affatto, né dall’una né dall’altra parte. È la famosa «zona grigia» in cui si collocò la maggioranza degli italiani, in attesa degli eventi. Superficiale era stata la loro adesione al mussolinismo di guerra, superficiale fu, dopo, la loro adesione ai nuovi miti della Repubblica.

Il 25 aprile è festa nazionale e una festa nazionale è per definizione una festa della nazione. La nazione è la comunità di uomini e donne uniti dalla lingua, dalla cultura, dalle tradizioni e dalle vicende storiche. Non formano passivamente la nazione, non sono iscritti ad essa d’ufficio, non basta l’atto di nascita per appartenervi. Abbiamo una nazione quando uomini e donne si riconoscono nei tanti fattori che li legano, quando formano appunto una comunità. Su tale base e sulla scorta degli elementi prima enumerati è facile capire perché il 25 aprile non susciti negli italiani la passione che molti vorrebbero. Una larga parte dei nostri concittadini, e forse la parte maggiore, non lo riconosce come elemento fondante della nazione. Nega il valore morale e rigenerante della Resistenza. E di conseguenza non reputa il 25 aprile elemento costitutivo dell’identità italiana. Per questo lo vive male o con indifferenza.

Quando arriverà - immagino da destra - la proposta provocatoria di degradare il 25 aprile e depennarlo dalla lista delle feste nazionali?

Luciano Porro è il sindaco di Saronno: a Luciano, Augusto e Mario congratulazioni, risultato meritato. Buon lavoro.

Luciano Porro ha vinto il ballottaggio con Michele Marzorati, ed è stato confermato sindaco di Saronno dopo la vittoria di giugno dello scorso anno contro Annalisa Renoldi. A Luciano faccio i miei complimenti per questo successo, molto meritato, e auguro buon lavoro. Stessi complimenti e stesso augurio faccio ad Augusto e a Mario, stretti collaboratori e sostenitori della primissima ora di Luciano. Augusto poi merita una menzione speciale per il tipo di campagna elettorale che ha fatto: equilibrata, ricca di contenuti, sobria. Il consenso delle urne (candidato più votato in Città in assoluto, sia alle comunali che alle regionali) è solo la conseguenza logica del suo modo di essere politico e di fare politica.
Cari amici, avete sulle spalle un grosso carico di responsabilità: la corazzata Porro si è proposta come il grimaldello del cambiamento, del nuovo, della speranza. Per tutti, sia per chi sta dalla vostra parte che per chi sta da altre parti. Noi oggi ci troviamo su "territori" diversi tra loro "confinanti". Abbiamo un confine in comune, una linea di contatto immaginaria rappresentata dalla necessità e dal desiderio di dialogo. Passata la sbornia da festeggiamenti elettorali, archiviate e riposte sugli scaffali le urne, quella linea di confine che separa la zona di chi ha vinto da quella di chi non ha vinto diventerà la stella polare dei rapporti politico-istituzionali e socio-economici in Città. Ognuno deve restare e resterà nella propria zona. Da questo blog, che delle zone di confine ha fatto una missione, un titolo ed una ragione di esistere, e in tutte le sedi competenti, sarà importante tenere viva quella linea e frequentarla, perchè presidiare la zona di confine significherà praticare il dialogo e il confronto.

lunedì 12 aprile 2010

Saronno: come nel 2004 gli avversari del centrodestra vittime di attachi vili e vergognosi

Nel 2004 alla vigilia delle elezioni amministrative a Saronno circolò un penoso volantino dal contenuto falso e diffamatorio nei confronti del candidato sindaco del centrosinistra.
Alle elezioni del 2010 accade una cosa simile: alla vigilia del voto compare un volantino anonimo diffamatorio verso il leader di un gruppo politico, Unione Italiana, che, con le proprie legittime scelte elettorali, ha impedito al centrodestra di vincere le elezioni al primo turno.
Insomma: a Saronno gli avversari del centrodestra sono spesso bersaglio di voltantini anonimi dal contenuto diffamatorio. Chi tenta di vincere con questi metodi non merita di riuscirci. Atti di questo tipo tolgono dignità a chi li promuove, a chi li fiancheggia e a chi non vi si oppone sapendo di - ovvero con la speranza di - potervi trarre vantaggio. Penoso, sgradevole. Come nel 2004. Penso che questo volantino avrà solo due effetti: favorirà la vittoria di Luciano Porro, accrescerà la percentuale dell'astensionismo e delle schede nulle, cioè di coloro che decidono di non portare acqua al mulino di nessuno. Lasciando che vinca il migliore dei contendenti, quello più pulito e corretto.

domenica 11 aprile 2010

Saronno: è ora di voltare pagina

Nel 2004, vigilia di elezioni comunali, a Saronno iniziò a circolare un volantino firmato da una fantomatica "Consulta cattolica saronnese", organismo mai sentito prima (e neppure dopo) che conteneva una serie di accuse all'allora candidato sindaco del centrosinistra Angelo Tettamanzi.
Oggi, vigilia di altre elezioni comunali, spuntano improvvisamente altri volantini, questa volta senza alcuna firma, che accusano l'ideatore di Unione Italiana, Gianfranco Librandi, la cui discesa in campo con una lista autonoma dalla destra rischia di far perdere le elezioni al candidato Marzorati.

Quando a Saronno la destra rischia di perdere le elezioni, qualche manina anonima diffonde veleni e calunnie sui suoi avversari.

Una coincidenza ?
Non credo.

Piuttosto la conferma che in città c'è un clima ammorbante, una cappa di veleni sotto la quale si fa fatica a capire quali siano i veri interessi in gioco.
Certo non quelli dei saronnesi.

E quindi, comunque la si pensi politicamente, probabilmente, anzi, sicuramente, è ora di voltare pagina e di scegliere come sindaco chi non fa politica per farsi gli affari suoi.

Il nome ? Facile: Luciano Porro.

sabato 10 aprile 2010

Destra e sinistra: quando l'etica è zoppa (da Mattia Cattaneo)

Riparto dal post di Mattia dal medesimo titolo, che invito a leggere cliccando il link a destra nella home page di Zone di Confine. Mattia stigmatizza l'incoerenza presente sia a destra che a sinistra nel rapporto tra etica sociale ed etica della vita, sancite indivisibili dalla CEI e dal magistero della Chiesa. La destra si mostra incoerente nel difendere l'etica della vita e nel non praticare alcuna etica sociale (difende l'ostentazione del crocifisso, tratta i migranti come bestie, dice Mattia). La sinistra pratica un'etica sociale ma non difende l'etica della vita (accoglie i barconi di disperati, è a favore dell'aborto, dice sempre Mattia). Sia a destra che a sinistra ci sono molti politici cattolici, per la verità più a detra che a sinistra. Ma questo è un fatto marginale. Il punto è un altro: la diaspora democristiana ha prodotto un vuoto politico - culturale di pensiero, prima ancora che di consenso. Nessuno ha nostalgia della DC, soprattutto delle sue incoerenze e dei suoi difetti. Ma alla politica, alle istituzioni ed alla società italiana manca la presenza forte, determinante e condizionante di una formazione politica di chiara e non mascherata impostazione culturale cattolica. Non confessionale, certamente laica, ma di dichiarata ispiriazione cattolica. Una formazione che senza dover rendere conto e fare concesssioni a componenti interne di stampo liberal, radical-chic, progressiste, conservatrici, possa praticare senza timore sia la difesa della vita (declinata nei suoi molteplici aspetti), sia la difesa di un'etica sociale adeguata alle sfide di oggi e di domani.

Pietro Insinnamo

venerdì 9 aprile 2010

Federalismo shock per il bilancio dello Stato

Ho sentito il prof. Galli, ordinario di storia delle dottrine politiche, affermare che il vantaggio del federalismo fiscale consiste nel far coincidere nelle Regioni e nei Comuni i centri di spesa con i centri di prelievo. Questa circostanza poi, secondo il professore, attiverebbe dei meccanismi delatori che funzionerebbero a livello locale da disincentivo all'evasione fiscale. Credo che, restando nel campo del confronto tra opinioni diverse, ci siano argomenti per dissentire. Due in particolare: l'attività di prelievo risulta essere più efficiente se organizzata sulla grande scala; la moltiplicazione dei centri di prelievo produrrebbe una esplosione di costi non controllati. Per quanto riguarda le attività di prelievo dobbiamo intenderci: una cosa è la riscossione, altra cosa è la titolarità del gettito. Gestire il prelievo in modo accentrato, quindi con una unica struttura di riscossione (composta da un complesso sistema fatto di flussi documentali, dichiarazioni, controlli, analisi ed elaborazione dei dati, ecc...), non significa necessariamente accentrare anche la titolarità di quel gettito e quindi la potestà decisionale che lo riguarda. Resta comunque possibile distribuire il potere decisionale secondo criteri tutti da definire. Casomai sarebbe più interessante ridefinire gli equilibri negoziali tra Centro e Periferia, tra Stato e Regione, rendendo ad esempio più contendibile proprio quel potere decisionale e quella titolarità delle somme riscosse che oggi sono ben saldi nelle mani dello Stato centrale. Il federalismo fiscale rappresenta una seria minaccia per l'equilibrio di bilancio dello Stato. Centri di spesa e centri di prelievo possono continuare a risiedere in posti diversi. Le Regioni sappiano porre in modo serio la questione politica ed istituzionale della maggiore disponibilità di gettito di loro competenza.

Pietro Insinnamo

giovedì 1 aprile 2010

I geni della finanza ladrona

Il bilancio consuntivo 2009 della Provincia si è chiuso con un avanzo economico di 18,83 milioni, quasi l’esatto opposto del risultato 2008, quando il disavanzo è stato di 18,30 milioni, nonostante le condizioni economiche reali della Provincia non siano cambiate da un anno all’altro. Come dire che quando non si può cambiare la realtà si cambia la sua rappresentazione. Nel 2009 una alta percentuale di costi che erano previsti nei conti dell’anno è stata rinviata “contabilmente” al 2010 e un possibile disavanzo è diventato un “Avanzo di amministrazione”. Questo è stato fatto per rispettare il Patto di Stabilità: la rappresentazione formale della difficile condizione in cui si trova il nostro Paese. Il debito pubblico ha superato il livello di guardia e per tenerlo sotto controllo il Governo ha stabilito che gli Enti locali, abituati a vivere a debito, non possono spendere più di quanto incassano. Per questa via, pensa il Governo, il debito deve per forza diminuire. È evidente che con un vincolo così solenne si sta per forza nelle regole! Nel 2009 la Provincia si è trovata a dovere fronteggiare scadenze verso i fornitori per 85,00 milioni di euro e insieme rimborsare le rate annuali dei debiti accumulati. Naturalmente non c’erano soldi a sufficienza e , quindi, si è fatto ricorso a nuovi debiti. È ancora più evidente che senza soldi, le regole che non si possono rispettare si aggirano: il debito della Provincia, infatti, è cresciuto fino ad arrivare al triplo delle entrate correnti. Intanto la crisi causata non dai lavoratori ma dalle Banche, produce “deficit” correnti: nelle casse della Provincia entra, ogni anno, meno di quanto esce. Si producono nuovi debiti come “onde che si accavallano l’una sull’altra. Finchè inevitabilmente si infrangono sulla riva. È l’epopea dei geni della finanza ladrona…!!! "( G.Ruffolo). Si dovrebbe riflettere prima che sulle regole, che andrebbero comunque rispettate, sulla realtà delle cose per scrivere quel nuovo progetto sociale che aspettiamo da tanto dalla sinistra.
Mario Santo