L’estate della politica si è chiusa ieri con il discorso di Fini a Mirabello.
Un’estate politica caotica e, per certi versi, squallida, al termine della quale ritroviamo tre elementi certi:
1) L’implosione del PDL che, come affermato da Fini, “non c’è più”: il fallimento del progetto del teorizzato partito liberale di massa, dietro il quale si cela in realtà una visione padronale del partito e delle istituzioni, entrambi visti come strumenti da asservire all’interesse personale del capo;
2) La perdurante afasia del PD, intento ad occuparsi non dei problemi degli italiani, ma del “se e come fare le primarie”, con le immancabili bordate che dal territorio (vedi Chiamparino e Renzi) arrivano sulla dirigenza nazionale, e, sullo sfondo, il perpetuarsi della ventennale contrapposizione D’Alema – Veltroni;
3) La convergenza tra Fini, Casini e Rutelli su alcuni temi concreti dell’agenda politica, dalla riforma della legge elettorale al quoziente familiare, nel quadro di una ritrovata “etica del dovere”, scomparsa dal lessico del bipolarismo italiano e finalmente rievocata, si spera non solo ad uso giornalistico, da Casini e Fini nei loro recenti interventi pubblici.
Ed è interessante notare come proprio Fini e Rutelli, cofondatori del PDL e del PD, ne abbiano certificato la fine. Probabilmente persuasi che non di “fusioni tra uguali” si è trattato, bensì della fagocitazione del più piccolo ad opera del più grande. E così se il PDL è diventato una Forza Italia allargata, un partito padronale, nel quale uno decide (il più delle volte pro domo sua) e gli altri obbediscono, senza luoghi di discussione, il PD si è appalesato come la prosecuzione della storia politica del PCI-PDS-DS, con gli stessi stilemi, dalle adunate di piazza quali momenti fondativi della propria soggettività politica, al collateralismo con la CGIL, dal centralismo democratico (che in provincia di Varese abbiamo purtroppo sperimentato di persona) ad un certo giustizialismo a senso unico.
Il partito azienda contrapposto alla riproposizione della presenza politica della sinistra italiana. Questo è il bipolarismo italiano: altro che nuovo modo di fare politica !
Un’offerta politica che ha prodotto distanza e disillusione in tanti elettori, che, infatti, preferiscono non votare.
Fini e Rutelli hanno certificato la fine del PDL e del PD; si apre ora una fase nuova.
L’auspicio di chi ha da tempo smesso di credere in questo bipolarismo è che da questi fallimenti incrociati possa nascere qualcosa di positivo, un rinnovato impegno, le famose "strade nuove" da tempo evocate da Padre Sorge, una nuova soggettività politica, che si possa inserire a pieno titolo nel solco del popolarismo italiano. E mi piace richiamare la chiusura dell’appello ai “liberi e forti” di Don Sturzo:
“A tutti gli uomini moralmente liberi e socialmente evoluti, a quanti nell'amore alla patria sanno congiungere il giusto senso dei diritti e degl'interessi nazionali con un sano internazionalismo, a quanti apprezzano e rispettano le virtù morali del nostro popolo, a nome del Partito Popolare Italiano facciamo appello e domandiamo l'adesione al nostro Programma.”
Siamo pronti all’impegno, con passione e dedizione; pronti, ma, come tutti quelli che vivono l’impegno politico come ricerca del bene comune e non dell’interesse personale, saremo vigili di fronte a tentazioni di trasformismo, derive plebiscitarie e, soprattutto qui al Nord, cedimenti alla “cultura dell’egoismo”, incarnata dalla Lega, con la quale, è bene dirlo subito, non si deve scendere a compromessi.
lunedì 6 settembre 2010
sabato 4 settembre 2010
Basta ammucchiate !
"Se Berlusconi e la Lega dovessero portare il Paese alle terze elezioni in sei anni, allora noi proporremo a Fini un'alleanza per la democrazia. Noi staremo con tutti coloro che sono disponibili a salvare questa Costituzione". Queste le parole pronunciate ieri da Rosy Bindi, presidente del PD.
Un'alleanza tra Fini, Casini, Rutelli, Bersani, Di Pietro, Vendola, Pecoraro Scanio e Diliberto ? Per fare cosa ? Con quale programma ?
Se una persona seria e rigorosa come Rosy Bindi arriva a proporre una simile enormità, significa due cose:
1) il PD è alla frutta e non sa che pesci prendere.
2) il bipolarismo italiano è in stato comatoso.
Del PD alla frutta poco ci importa, del bipolarismo italiano un po' di più.
E purtroppo duole constatare come, a differenza di quanto avviene nel resto dell'Europa, il nostro bipolarismo è assolutamente deficitario, rissoso e inconcludente.
Ma d'altro canto il problema è che in Italia i due poli non si sono aggregati sulla base di comuni ideali e valori, bensì sulla base di una scelta di "tifo": berlusconiani contro anti-berlusconiani.
E quando prevale il tifo sulla politica, i populisti trionfano: non a caso Bossi e Di Pietro tengono in scacco i rispettivi schieramenti.
Ma è chiaro che questo schema mostra la corda ed è ormai urgente ed indifferibile guardare al futuro quando, uscito di scena Berlusconi, si tornerà alla politica e al confronto su idee e contenuti: quale società, quale modello di sviluppo, quale scuola, quale politica di integrazione dei migranti, eccetera. Come avviene in Germania, Francia, Regno Unito e nel resto dell'Europa.
Dove ci si divide tra popolari e socialisti.
Lavoriamo perchè questo momento arrivi presto anche in Italia.
Un'alleanza tra Fini, Casini, Rutelli, Bersani, Di Pietro, Vendola, Pecoraro Scanio e Diliberto ? Per fare cosa ? Con quale programma ?
Se una persona seria e rigorosa come Rosy Bindi arriva a proporre una simile enormità, significa due cose:
1) il PD è alla frutta e non sa che pesci prendere.
2) il bipolarismo italiano è in stato comatoso.
Del PD alla frutta poco ci importa, del bipolarismo italiano un po' di più.
E purtroppo duole constatare come, a differenza di quanto avviene nel resto dell'Europa, il nostro bipolarismo è assolutamente deficitario, rissoso e inconcludente.
Ma d'altro canto il problema è che in Italia i due poli non si sono aggregati sulla base di comuni ideali e valori, bensì sulla base di una scelta di "tifo": berlusconiani contro anti-berlusconiani.
E quando prevale il tifo sulla politica, i populisti trionfano: non a caso Bossi e Di Pietro tengono in scacco i rispettivi schieramenti.
Ma è chiaro che questo schema mostra la corda ed è ormai urgente ed indifferibile guardare al futuro quando, uscito di scena Berlusconi, si tornerà alla politica e al confronto su idee e contenuti: quale società, quale modello di sviluppo, quale scuola, quale politica di integrazione dei migranti, eccetera. Come avviene in Germania, Francia, Regno Unito e nel resto dell'Europa.
Dove ci si divide tra popolari e socialisti.
Lavoriamo perchè questo momento arrivi presto anche in Italia.
giovedì 2 settembre 2010
Un pò di verità sulla politica industriale
«È venuto il momento che l’Italia si dia una seria politica industriale nel quadro europeo secondo le grandi coordinate dell’integrazione europea». Giorgio Napolitano, Presidente della Repubblica.
Ma cos'è una politica industriale? Si sa, gli industriali sono allergici alla politica, la vedono come soggetto sconosciuto dalle sembianze mostruose e non molto amiche. E spesso è vero anche il contrario; cioè i politici non sono molto amici dell'industria. Quando si parla di politica industriale il pensiero corre facile a misure quali gli incentivi, gli aiuti di Stato alle grandi imprese o a specifici settori, ad iniziative di sostegno della domanda e dei consumi, ad istituti quali la cassa integrazione o la mobilità. Tutte misure "paraindustriali" che marcano semmai situazioni patologiche e non fisiologiche dell'industria, vendute dai governanti come "strumenti di politica industriale". Forse è per questo che gli industriali sono allergici alla politica.
Fare politica industriale non significa nominare un Ministro dello Sviluppo Economico. La politica industriale nasce e prende forma dentro le fabbriche, negli uffici di progettazione, nei rumorosi reparti produttivi, sui tavoli attorno ai quali si riuniscono manager ed industriali per decidere se e come investire risorse, quali e quanti beni produrre, quali e quanti lavoratori necessitano.
Gli industriali si fanno politica da sè.
Semmai hanno bisogno che la politica dia a loro condizioni di contesto idonee e favorevoli. Cito in questa sede solo due elementi: la cultura del lavoro industriale, le infrastrutture.
Anziutto si fa politica industriale se si favorisce la diffusione della cultura del lavoro industriale. Il lavoro nelle aziende industriali ha caratteristiche precise, orari, metodi, tempi, ritmi, tensioni, particolari. La vita di fabbrica e l'ambiente di fabbrica sono molti particolari. Fare politica industriale significa anzitutto favorire la presenza dei lavoratori all'interno di questo ambiente, facendone cogliere le sue caratteristiche peculiari senza avere la minima pretesa di snaturarne o omologarne i contenuti tipici.
In secondo luogo si fa politica industriale consentendo alle industrie di stare nel mondo globale restando dove sono. Saronno dista da Busto Arsizio pochi chilometri, ma è possibile impiegarci più di trenta minuti per percorrere questa distanza? Politica industriale significa merci che si spostano, persone che si spostano, macchine che si spostano. L'industria è sempre in movimento, quando le merci si fermano i cancelli si chiudono. Auguriamoci pertanto di avere sempre problemi di spostamento da risovlere e da girare alla politica.
Credo quindi che la questione non sia tanto la mancanza del Ministro.
L'industriale produce e vende i suoi beni a prescindere dall'esistenza di un Ministero dello Sviluppo Economico. Per fortuna. Se la politica avesse davvero interesse a favorire e rilanciare l'industria nel nostro Paese sentiremmo campagne formative nelle scuole che illustrano e spiegano come si lavora nelle fabbriche, avremmo condizioni infrastrutturali adeguate, avremmo maggiore disponibiltà di profili professionali specializzati di cui le industrie, quelle italiane, continuano ad avere bisogno. Per fortuna.
Pietro Insinnamo
Ma cos'è una politica industriale? Si sa, gli industriali sono allergici alla politica, la vedono come soggetto sconosciuto dalle sembianze mostruose e non molto amiche. E spesso è vero anche il contrario; cioè i politici non sono molto amici dell'industria. Quando si parla di politica industriale il pensiero corre facile a misure quali gli incentivi, gli aiuti di Stato alle grandi imprese o a specifici settori, ad iniziative di sostegno della domanda e dei consumi, ad istituti quali la cassa integrazione o la mobilità. Tutte misure "paraindustriali" che marcano semmai situazioni patologiche e non fisiologiche dell'industria, vendute dai governanti come "strumenti di politica industriale". Forse è per questo che gli industriali sono allergici alla politica.
Fare politica industriale non significa nominare un Ministro dello Sviluppo Economico. La politica industriale nasce e prende forma dentro le fabbriche, negli uffici di progettazione, nei rumorosi reparti produttivi, sui tavoli attorno ai quali si riuniscono manager ed industriali per decidere se e come investire risorse, quali e quanti beni produrre, quali e quanti lavoratori necessitano.
Gli industriali si fanno politica da sè.
Semmai hanno bisogno che la politica dia a loro condizioni di contesto idonee e favorevoli. Cito in questa sede solo due elementi: la cultura del lavoro industriale, le infrastrutture.
Anziutto si fa politica industriale se si favorisce la diffusione della cultura del lavoro industriale. Il lavoro nelle aziende industriali ha caratteristiche precise, orari, metodi, tempi, ritmi, tensioni, particolari. La vita di fabbrica e l'ambiente di fabbrica sono molti particolari. Fare politica industriale significa anzitutto favorire la presenza dei lavoratori all'interno di questo ambiente, facendone cogliere le sue caratteristiche peculiari senza avere la minima pretesa di snaturarne o omologarne i contenuti tipici.
In secondo luogo si fa politica industriale consentendo alle industrie di stare nel mondo globale restando dove sono. Saronno dista da Busto Arsizio pochi chilometri, ma è possibile impiegarci più di trenta minuti per percorrere questa distanza? Politica industriale significa merci che si spostano, persone che si spostano, macchine che si spostano. L'industria è sempre in movimento, quando le merci si fermano i cancelli si chiudono. Auguriamoci pertanto di avere sempre problemi di spostamento da risovlere e da girare alla politica.
Credo quindi che la questione non sia tanto la mancanza del Ministro.
L'industriale produce e vende i suoi beni a prescindere dall'esistenza di un Ministero dello Sviluppo Economico. Per fortuna. Se la politica avesse davvero interesse a favorire e rilanciare l'industria nel nostro Paese sentiremmo campagne formative nelle scuole che illustrano e spiegano come si lavora nelle fabbriche, avremmo condizioni infrastrutturali adeguate, avremmo maggiore disponibiltà di profili professionali specializzati di cui le industrie, quelle italiane, continuano ad avere bisogno. Per fortuna.
Pietro Insinnamo
martedì 31 agosto 2010
Sebbene
“... Viva anche la chiusura di certe rotte marine della sofferenza e della morte per migranti d’Africa e dei cinici traffici dei nuovi mercanti di esseri umani, sebbene inevitabile e dolente il pensiero corra ai "respinti e basta", agli uomini e alle donne e ai bambini in fuga dalle guerre e dalla persecuzione che si arenano nei deserti di Libia e nessuno riconosce e nessuno accoglie secondo umanità e secondo le leggi che le nazioni civili si sono date. …”.
Che la (nuova) visita del colonnello Gheddafi nel nostro Paese susciti tanto scandalo, sinceramente mi sorprende. Del resto è chiaro che la ratio della visita può essere ben sintetizzata dal noto adagio pecunia non olet. Quindi chi lo ha invitato ha messo in conto tuta la coreografia. E ha deciso che il (proprio) tornaconto economico ben valeva ridicolizzare un Paese sulla scena internazionale. Una coreografia certamente da avanspettacolo, ma non più rivoltante di quella che ci siamo sorbiti per tutta l’estate. Alcuni amano possedere trenta ville, altri vivere in tenda e girare con trenta purosangue berberi; alcuni amano circondarsi di escort e frequentare minorenni, altri amazzoni e hostess: dove sta la differenza? Che poi ci si sorprenda per il proselitismo, ad uso dei musulmani derelitti del Medio Oriente e dell’Africa, mi lascia stupefatto. Semmai stupisco che 700 emancipate ragazze italiane abbiano trovato normale farsi affittare da Gheddafi.
Se chiedessi ai miei tre lettori di chi sono le parole riportate in apertura e la maggioranza di loro rispondesse “di Bossi o Calderoli o Maroni”, non potrei biasimarli. Ma si sbagliano, purtroppo. Già, perché sono tratte dal fondo di oggi di Marco Tarquinio, direttore di Avvenire.
Sarò pure un cattolico atipico, ma queste parole mi lasciano ben più basito di tutto il resto. Tarquinio, che pure nell’articolo citato definisce, giustamente, “incresciosi e urtanti” gli incontri di proselitismo islamico a pagamento messi in scena da Gheddafi, sembra invece considerare inevitabili danni collaterali le morti, le torture e i trattamenti inumani della macchina repressiva attivata dal colonnello per impedire a una parte degli immigrati di raggiungere l’Italia dalla coste libiche. Effetti inevitabili, cui riservare non più di un dolente pensiero. Che, per la morale cattolica, il fine giustifichi i mezzi, è cosa francamente a me ignota.
Ma sono certo che l’editore di Tarquinio la pensi ben diversamente da lui. Se L’Europa e con essa l’Italia diverranno a maggioranza musulmane non sarà certo per il teatrino di Gheddafi. Più probabilmente per l’immagine di cristianesimo che danno quegli amici di Gheddafi che hanno concordato con lui le misure anti-immigrazione. E che, proprio oggi, titolano in prima pagina: “l’Europa sia cristiana”.
Che la (nuova) visita del colonnello Gheddafi nel nostro Paese susciti tanto scandalo, sinceramente mi sorprende. Del resto è chiaro che la ratio della visita può essere ben sintetizzata dal noto adagio pecunia non olet. Quindi chi lo ha invitato ha messo in conto tuta la coreografia. E ha deciso che il (proprio) tornaconto economico ben valeva ridicolizzare un Paese sulla scena internazionale. Una coreografia certamente da avanspettacolo, ma non più rivoltante di quella che ci siamo sorbiti per tutta l’estate. Alcuni amano possedere trenta ville, altri vivere in tenda e girare con trenta purosangue berberi; alcuni amano circondarsi di escort e frequentare minorenni, altri amazzoni e hostess: dove sta la differenza? Che poi ci si sorprenda per il proselitismo, ad uso dei musulmani derelitti del Medio Oriente e dell’Africa, mi lascia stupefatto. Semmai stupisco che 700 emancipate ragazze italiane abbiano trovato normale farsi affittare da Gheddafi.
Se chiedessi ai miei tre lettori di chi sono le parole riportate in apertura e la maggioranza di loro rispondesse “di Bossi o Calderoli o Maroni”, non potrei biasimarli. Ma si sbagliano, purtroppo. Già, perché sono tratte dal fondo di oggi di Marco Tarquinio, direttore di Avvenire.
Sarò pure un cattolico atipico, ma queste parole mi lasciano ben più basito di tutto il resto. Tarquinio, che pure nell’articolo citato definisce, giustamente, “incresciosi e urtanti” gli incontri di proselitismo islamico a pagamento messi in scena da Gheddafi, sembra invece considerare inevitabili danni collaterali le morti, le torture e i trattamenti inumani della macchina repressiva attivata dal colonnello per impedire a una parte degli immigrati di raggiungere l’Italia dalla coste libiche. Effetti inevitabili, cui riservare non più di un dolente pensiero. Che, per la morale cattolica, il fine giustifichi i mezzi, è cosa francamente a me ignota.
Ma sono certo che l’editore di Tarquinio la pensi ben diversamente da lui. Se L’Europa e con essa l’Italia diverranno a maggioranza musulmane non sarà certo per il teatrino di Gheddafi. Più probabilmente per l’immagine di cristianesimo che danno quegli amici di Gheddafi che hanno concordato con lui le misure anti-immigrazione. E che, proprio oggi, titolano in prima pagina: “l’Europa sia cristiana”.
domenica 29 agosto 2010
L'addio a Cossiga
Ad agosto è scomparso il Presidente emerito della Repubblica Francesco Cossiga.
Un'uscita di scena in punta di piedi dopo una vita di politico e uomo di Stato vissuta al centro dell'attenzione: esequie private, quali ebbe anche il punto di riferimento di Cossiga, Aldo Moro, il cui tragico destino ha segnato il percorso umano e politico di Cossiga, come di tutta la politica italiana.
Unico momento nel quale poter rendere omaggio allo scomparso ex Presidente della Repubblica la camera ardente presso il Policlinico Gemelli.
A portare l'ultimo saluto a Cossiga si sono recati i Presidenti emeriti Ciampi e Scalfaro, il Presidente della Repubblica, Napolitano, il premier Berlusconi, i Presidenti di Senato e Camera, Schifani e Fini, ministri, autorità civili, militari e religiose e dirigenti politici di tutti i partiti presenti in Parlamento.
Tutti, tranne uno: il Partito Democratico. Nessun dirigente del PD ha avuto tempo e voglia di recarsi a rendere omaggio alla salma dell'ex Presidente Cossiga.
Almeno in questo il PD è coerente: assente per i vivi, assente per i morti.
Semplicemente non pervenuto.
Un'uscita di scena in punta di piedi dopo una vita di politico e uomo di Stato vissuta al centro dell'attenzione: esequie private, quali ebbe anche il punto di riferimento di Cossiga, Aldo Moro, il cui tragico destino ha segnato il percorso umano e politico di Cossiga, come di tutta la politica italiana.
Unico momento nel quale poter rendere omaggio allo scomparso ex Presidente della Repubblica la camera ardente presso il Policlinico Gemelli.
A portare l'ultimo saluto a Cossiga si sono recati i Presidenti emeriti Ciampi e Scalfaro, il Presidente della Repubblica, Napolitano, il premier Berlusconi, i Presidenti di Senato e Camera, Schifani e Fini, ministri, autorità civili, militari e religiose e dirigenti politici di tutti i partiti presenti in Parlamento.
Tutti, tranne uno: il Partito Democratico. Nessun dirigente del PD ha avuto tempo e voglia di recarsi a rendere omaggio alla salma dell'ex Presidente Cossiga.
Almeno in questo il PD è coerente: assente per i vivi, assente per i morti.
Semplicemente non pervenuto.
venerdì 27 agosto 2010
Semplicemente un uomo di industria
Invito a leggere l'intervento di Sergio Marchionne a Rimini.
Nell'affermazione "non sono un professore, non sono un economista e neanche lontamante un politico ma semplicemente un uomo di industria" c'è tutta la sostanza non compresa del progetto Fabbrica Italia. Fabbrica Italia non chiede di essere "politicamente" sostenuta, non chiede di essere "sindacalmente" digerita, non chiede di essere "accademicamente" motivata e studiata. Fabbrica Italia è un piano industriale, semplicemente un piano industriale per fare industria oggi e domani in Italia.
Fabbrica Italia: la buona notizia che questo Paese attende da anni, ormai decenni: la possiblità concreta (forse un dovere verso le future generazioni) di continuare a fare industria in Italia. Economia di trasformazione. Progettazione. Industrializzazione. Produzione di beni. Processi industriali di trasformazione fisico - tecnica. Impiego di materie prime. Ultimazione di semilavorati. Assemblaggi. Montaggi. Impianti, linee, controlli automatici. Manutenzioni. Implementazioni. Automazioni. Robotizzazioni. Tecnologia. Tanta tecnologia. Ricerca, innovazione. Tanta innovazione. Sviluppo industriale e organizzativo. Cambiamenti rapidi. Tanti cambiamenti. Dinamismo. Continuo. E tanto altro ancora. Semplicemente industria. Non roba da professori, nulla per economisti, nienete per politici e sindacalisti. Solo un'impresa complessa per semplici uomini di industria.
Pietro Insinnamo
Nell'affermazione "non sono un professore, non sono un economista e neanche lontamante un politico ma semplicemente un uomo di industria" c'è tutta la sostanza non compresa del progetto Fabbrica Italia. Fabbrica Italia non chiede di essere "politicamente" sostenuta, non chiede di essere "sindacalmente" digerita, non chiede di essere "accademicamente" motivata e studiata. Fabbrica Italia è un piano industriale, semplicemente un piano industriale per fare industria oggi e domani in Italia.
Fabbrica Italia: la buona notizia che questo Paese attende da anni, ormai decenni: la possiblità concreta (forse un dovere verso le future generazioni) di continuare a fare industria in Italia. Economia di trasformazione. Progettazione. Industrializzazione. Produzione di beni. Processi industriali di trasformazione fisico - tecnica. Impiego di materie prime. Ultimazione di semilavorati. Assemblaggi. Montaggi. Impianti, linee, controlli automatici. Manutenzioni. Implementazioni. Automazioni. Robotizzazioni. Tecnologia. Tanta tecnologia. Ricerca, innovazione. Tanta innovazione. Sviluppo industriale e organizzativo. Cambiamenti rapidi. Tanti cambiamenti. Dinamismo. Continuo. E tanto altro ancora. Semplicemente industria. Non roba da professori, nulla per economisti, nienete per politici e sindacalisti. Solo un'impresa complessa per semplici uomini di industria.
Pietro Insinnamo
mercoledì 25 agosto 2010
Scenario politico: posizioni in campo
Lo scenario politico nazionale si presenta molto complesso. La conflittualità di questi mesi è indice di una nuova transizione politica verso una terza fase della vita repubblicana. In questa transizione tutti i protagonisti si stanno posizionando in funzione dei propri interessi ed obiettivi. La difficoltà a rendere compatbili tra loro questi interessi, ovvero complementari, amplifica il conflitto.
Berlusconi. Berlusconi ha il problema di individuare l'erede a cui lasciare in dote il berlusconismo. Non è detto che lo scelga nell'ambito politico. Anzi, credo che sia più probabile che lo peschi fuori dalla politica, cioè dal suo enturage familiare o aziendale. Il berlusconismo non è una corrente di pensiero politica, pertanto il suo interprete e traghettatore del futuro non credo potrà venire dalla politica. Fino a quando Berlusconi non avrà scelto l'erede non forzerà la mano sulle elezioni. Sono in corso le selezioni.
Bossi. Anche Bossi ha il problema del passaggio generazionale. Ma a differenza di Berlusconi lui ha un luogotente già formato che potrà fare da reggente in attesa che maturi l'erede. Trattasi di Calderoli. La cifra culturale di Calderoli equivale a quella del leader maximo leghista: le spara grosse (forse più grosse) del capo. Deve solo imparare ad attaccarsi un pò di più alla poltrona e poi sarà un perfetto capo leghista. Fino a quando le trote non diventeranno grandi. Bossi ha tutto l'interesse ad accelerare verso le elezioni, dando per molto probabile una forte crescita di consenso e quindi del patrimonio da lasciare in eredità.
Fini e Casini. Fini e Casini puntano ad ereditare il patrimonio politico del centrodestra post - berlusconi una volta de-berlusconalizzato. Si sono posizionati in modo tale da attrarre tutti gli elettori che non sono di sinistra (circa il 75% degli italiani) e che non aderiranno al berlusconismo ed al leghismo futuro, pur magari avendovi aderito fino ad oggi. Oggi non sono pronti ad affrontare le elezioni per due ragioni: anzitutto perchè non sono organizzati territorialmente e mediaticamente, in secondo luogo perchè Berlusconi non è ancora cotto dal punto di vista politico. La proposta di allargamento della maggioranza è funzionale sia alla tattica di allungare la crisi sia di maginificare l'insufficienza di Berlusconi a risolverla, entrambe tattiche finalizzate alla strategia di far implodere il berlusconismo.
Rutelli. Francesco Rutelli sta espiando la colpa di essere transitato dal Partito Democratico. La penitenza è quasi finita. Starà con Casini e Fini nel nuovo centrodestra alternativo al centrosinistra. Deve solo dimenticarsi per sempre di pronunciare la parola "progressisti" e poi l'espiazione sarà compiuta.
Partito Democratico. Francamente, in tutto quello che sta accadendo nella politica italiana, il PD è il grande non pervenuto. Il PD rappresenta quel 25% di italiani che si collocano a sinistra. E' forse l'unica fazione che ha già perferzionato la sua transizione nella terza repubblica. Non ipotizzo sconvolgimenti al suo interno. E' un partito strutturalmente e strategicamente destinato a fare minoranza ed opposizione, e così sarà. Potrà avere qualche parentesi governativa, ma non credo che sarà in grado di lasciare il segno.
Sintesi. Non credo alle elezioni a breve. Al di là delle dichiarazioni strumentali non le vuole nessuno, non servono a nessuno tranne che a Bossi. In ogni caso deciderano Napolitano e i Partiti Politici presenti in Parlamento. Che piaccia o non il sistema politico italiano è di tipo Parlamentare e Partitico. Ancora non siamo alla democrazia diretta e plebiscitaria.
Il bipolarismo è destinato ad implodere e ridursi ad un ricordo non molto piacevole della seconda repubblica.
Nasceranno tre - quattro poli (come ai tempi della prima repubblica): lega - berlusconiani, centrodestra moderato (partito della nazione?), PD, altri estremisti legati al centrosinistra.
La strada è ancora lunga, ma sicuramente più breve di qualche mese fa. Quello che leggiamo oggi sui giornali è da intepretare alla luce di quello che accadrà nel futuro. Forse si potrebbe votare se si concretizzasse in questo senso un asse Lega - Pd, ipotesi non remota. Allora si che Casini, Fini e Berlusconi con Rutelli troverebbero subito una maggioranza alternativa in Parlamento. Sembra fantapolitica, ma spesso nella vita (e in politica quasi sempre) la realtà supera la fantasia.
Pietro Insinnamo
Berlusconi. Berlusconi ha il problema di individuare l'erede a cui lasciare in dote il berlusconismo. Non è detto che lo scelga nell'ambito politico. Anzi, credo che sia più probabile che lo peschi fuori dalla politica, cioè dal suo enturage familiare o aziendale. Il berlusconismo non è una corrente di pensiero politica, pertanto il suo interprete e traghettatore del futuro non credo potrà venire dalla politica. Fino a quando Berlusconi non avrà scelto l'erede non forzerà la mano sulle elezioni. Sono in corso le selezioni.
Bossi. Anche Bossi ha il problema del passaggio generazionale. Ma a differenza di Berlusconi lui ha un luogotente già formato che potrà fare da reggente in attesa che maturi l'erede. Trattasi di Calderoli. La cifra culturale di Calderoli equivale a quella del leader maximo leghista: le spara grosse (forse più grosse) del capo. Deve solo imparare ad attaccarsi un pò di più alla poltrona e poi sarà un perfetto capo leghista. Fino a quando le trote non diventeranno grandi. Bossi ha tutto l'interesse ad accelerare verso le elezioni, dando per molto probabile una forte crescita di consenso e quindi del patrimonio da lasciare in eredità.
Fini e Casini. Fini e Casini puntano ad ereditare il patrimonio politico del centrodestra post - berlusconi una volta de-berlusconalizzato. Si sono posizionati in modo tale da attrarre tutti gli elettori che non sono di sinistra (circa il 75% degli italiani) e che non aderiranno al berlusconismo ed al leghismo futuro, pur magari avendovi aderito fino ad oggi. Oggi non sono pronti ad affrontare le elezioni per due ragioni: anzitutto perchè non sono organizzati territorialmente e mediaticamente, in secondo luogo perchè Berlusconi non è ancora cotto dal punto di vista politico. La proposta di allargamento della maggioranza è funzionale sia alla tattica di allungare la crisi sia di maginificare l'insufficienza di Berlusconi a risolverla, entrambe tattiche finalizzate alla strategia di far implodere il berlusconismo.
Rutelli. Francesco Rutelli sta espiando la colpa di essere transitato dal Partito Democratico. La penitenza è quasi finita. Starà con Casini e Fini nel nuovo centrodestra alternativo al centrosinistra. Deve solo dimenticarsi per sempre di pronunciare la parola "progressisti" e poi l'espiazione sarà compiuta.
Partito Democratico. Francamente, in tutto quello che sta accadendo nella politica italiana, il PD è il grande non pervenuto. Il PD rappresenta quel 25% di italiani che si collocano a sinistra. E' forse l'unica fazione che ha già perferzionato la sua transizione nella terza repubblica. Non ipotizzo sconvolgimenti al suo interno. E' un partito strutturalmente e strategicamente destinato a fare minoranza ed opposizione, e così sarà. Potrà avere qualche parentesi governativa, ma non credo che sarà in grado di lasciare il segno.
Sintesi. Non credo alle elezioni a breve. Al di là delle dichiarazioni strumentali non le vuole nessuno, non servono a nessuno tranne che a Bossi. In ogni caso deciderano Napolitano e i Partiti Politici presenti in Parlamento. Che piaccia o non il sistema politico italiano è di tipo Parlamentare e Partitico. Ancora non siamo alla democrazia diretta e plebiscitaria.
Il bipolarismo è destinato ad implodere e ridursi ad un ricordo non molto piacevole della seconda repubblica.
Nasceranno tre - quattro poli (come ai tempi della prima repubblica): lega - berlusconiani, centrodestra moderato (partito della nazione?), PD, altri estremisti legati al centrosinistra.
La strada è ancora lunga, ma sicuramente più breve di qualche mese fa. Quello che leggiamo oggi sui giornali è da intepretare alla luce di quello che accadrà nel futuro. Forse si potrebbe votare se si concretizzasse in questo senso un asse Lega - Pd, ipotesi non remota. Allora si che Casini, Fini e Berlusconi con Rutelli troverebbero subito una maggioranza alternativa in Parlamento. Sembra fantapolitica, ma spesso nella vita (e in politica quasi sempre) la realtà supera la fantasia.
Pietro Insinnamo
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